La Lega dei sindaci contro Bossi e Calderoli

Roma«I poveracci». Bossi ha ripetuto questa parola una quarantina di volte a Ponte di Legno, parlando dei «nostri pensionati» e di quei due vecchietti «che hanno rubato una bistecca di carne al grande magazzino, a Milano, due settimane fa, onesti lavoratori conciati male, li stavano arrestando... Io ho detto vaff... ma cosa vuoi arrestare uno che ha pagato la pensione lavorando tutta la vita e ora non ha da mangiare... rubare non va bene... ma io non me la sento... paghiamo noi e non rompete i c...». Questi episodi, insieme ai manovali delle fonderie che alle feste della Lega raccontano al capo quanto siano duri 35 anni lì dentro, hanno fatto risolvere a Bossi il dilemma di coscienza al Consiglio dei ministri: salvare i «poveracci» o gli enti locali? Meglio i primi, gli altri tanto «si arrangiano», hanno anche «la tassa di scopo».
Grandi applausi, ma i sindaci della Lega, e buona parte del partito, storce un po’ il naso su questa Lega versione Robin Hood. Va bene aver «salvato le pensioni» (e su questo punto Bossi si è vantato di aver detto al collega Brunetta «nano di Venezia, non rompere i coglioni»), ma la Lega ha altri due bacini elettorali oltre ai «poveracci»: i piccoli imprenditori e i lavoratori del Nord e poi l’elettorato dei comuni da loro amministrati. E su questi due paragrafi la manovra, con supertasse sui redditi e con i tagli agli enti locali, non aiuta affatto. Perciò l’altra Lega, quella che si riferisce a Maroni e che diffida di Tremonti, sta portando avanti un piano d’azione ben diverso da quello di Bossi.
Il quale ha sì riconosciuto che «Maroni ha ragione, bisogna rivedere i tagli ai Comuni», ma è stato piuttosto vago sul punto, e ha comunque premesso che si potrà fare solo «senza attirare le ire dell’economia, della Bce» che deve ancora aiutarci. I maroniani invece puntano a una revisione radicale dei trasferimenti agli enti locali, fino all’«azzeramento», dice Maroni, del previsto taglio ai Comuni di un miliardo e 600mila euro. Sulle modalità per recuperare quei soldi il ministro dell’Interno è molto più in sintonia con il Pd (la «contromanovra» di Bersani) che non con il testo della maggioranza. Alzando cioè l’Iva, poi «la tassazione dei capitali scudati, la lotta all’evasione, le proposte dell’opposizione che valuto con interesse».
Parole che, si immagina, non abbiano fatto esultare l’altro Roberto, il ministro Calderoli, uno degli autori materiali della manovra (per parte leghista). Maroni parla per una maggioranza di parlamentari e per la stragrande maggioranza degli amministratori locali leghisti, in disaccordo lancinante con i vertici sulle ultime mosse (Tosi e Fontana si sono esposti e hanno ricevuto un mezzo cazziatone da Calderoli). Si sta insomma scavando un fosso tra la Lega di governo e una Lega dei sindaci, con Maroni - per quanto ministro - schierato con quest’ultima. Con l’arrivo del decreto in Senato si vedranno gli effetti pratici di questa divisione leghista. Che si sta sovrapponendo all’altra, quella tra «maroniani» e «cerchio magico», per il momento archiviata. Ma solo temporaneamente, perché si riproporrà con l’autunno, quando inizieranno i congressi provinciali in Lombardia e Veneto per la nomina dei segretari nazionali, poltrone molto ambite.
Tosi (maroniano) è stato onesto: «Mi sembra chiaro che nel movimento c’è qualche tensione, è inutile negarlo, lo si percepisce nitidamente». Diversi «tosiani» in Veneto, per un motivo o l’altro, sono stati colpiti da provvedimenti disciplinari. La tensione c’è. Il cerchio magico però è passato in secondo piano rispetto al protagonismo di Calderoli, che si è fatto portavoce della soddisfazione leghista per la manovra. Più di facciata che di sostanza. Ma che fa capire come la vera competizione all’orizzonte sia quella: Maroni-Calderoli.