Lega e autonomisti contro il mito di Garibaldi

Calderoli: «Ha fatto male alla Padania». Miccichè: «In Sicilia ha compiuto eccidi e barbarie»

Ci sono due frasi saldamente fissate nella nostra memoria collettiva: «Qui ha dormito Garibaldi» e «Ha parlato male di Garibaldi». La prima testimonia la venerazione popolare che nel tempo ha trasformato il condottiero in un santo laico. La seconda ne sancisce l’intangibilità.
Invece. Si sono aperte ieri le solenni celebrazioni per il bicentenario della sua nascita e subito sono scoppiate polemiche tanto inaspettate quanto aspre. Come se dai magazzini della storia fossero volati gli stracci di una rabbia a lungo repressa, i rancori ignorati da un’agiografia che dal 1860 arriva alla Grande guerra, percorre il fascismo, sale sul tram della resistenza e approda al collezionismo garibaldino di Bettino Craxi e al devoto ricordo di suo figlio Bobo: «La figura di Giuseppe Garibaldi (...) unisce la nazione e suscita ancora un interesse e un fascino particolari».
Unisce? Il presidente del Senato Franco Marini ha appena fatto in tempo, ieri, ad aprire la seduta straordinaria alla presenza del presidente della Repubblica, che l’Unità è andata in pezzi. È stata la Lega ad aprire il fuoco: «Siamo in lutto - ha dichiarato Roberto Calderoli, che non è tipo da metafore - perché l’azione di Garibaldi e dei Savoia ha fatto male soprattutto alla Padania». Ha rincarato la dose Mario Borghezio, capo della delegazione leghista al Parlamento europeo, contro i manifesti con l’immagine di Garibaldi fatti esporre dal sindaco di Bergamo: «Come modesto interprete del sentire diffuso dei patrioti padani, che sentono il dovere di difendere il proprio territorio dalle brutture imposte dallo Stato centralista, mi permetto di preannunciare al solerte sindaco di Bergamo che i cartelli garibaldini dureranno molto poco...».
Ma più delle sparate leghiste, inducono alla riflessione le espressioni antigaribaldine che arrivano proprio da quel Meridione che dovrebbe a Garibaldi e ai Mille la liberazione dal «secolare servaggio» imposto dai Borbone. In una missiva inviata al presidente Napolitano e pubblicata ieri sul Foglio e sul Riformista, Raffaele Lombardo, leader del Movimento per l’autonomia, critica proprio quell’Unità imposta al Sud con le armi e sancita da votazioni che tutto furono fuorché plebiscitarie: «Sono trascorsi quasi 150 anni da quando venne proclamato il Regno d’Italia e ci addolora dover ricordare che fino all’anno precedente il Sud del Paese era più ricco e prospero del Nord. Sveliamo la verità storica: fu una vera annessione e le nostre ricchezze con il nostro futuro furono il bottino di guerra».
La lettera è stato il prodromo di altre critiche e delle dimissioni del segretario dell’ufficio di presidenza, il senatore autonomista Giovanni Pistorio, che ieri ha abbandonato l’aula quando Marini gli ha impedito di parlare. Gli ha espresso solidarietà Gianfranco Micciché, presidente dell’assemblea regionale siciliana: «Se a qualcuno importa che l’Italia continui a rimanere unita, è opportuno riesaminare al di fuori delle barriere ideologiche i fatti storici dal 1860 in poi. In particolare non si possono continuare a tacere gli eccidi e le barbarie di quello che è stato presentato come l’Eroe dei due Mondi e che tale non può essere considerato dai siciliani».
Parole che riecheggiano il dubbio espresso dopo l’Unità da uno che siciliano non era, Massimo d’Azeglio: «Perché al di là del Tronto dobbiamo tenere migliaia di uomini in arme? Siamo sicuri che quella gente ci voglia?». Poi la retorica nazionale soffocò quel dubbio.