Lega e sinistra arrestano Papa Silvio sbotta: è una vergogna

Berlusconi contrariato dopo il "sì" all’arresto del deputato Pdl confida
ai suoi: "Domani parlerò con Bossi, non riusciranno a farmi fuori". Poi lo sfogo: "Una cosa da pazzi". In serata summit coi vertici del partito

Roma - Papa in cella, Tedesco salvo. «Che vergogna», sbotta a caldo il premier. La Lega, ormai sempre più «maronita», ha appena stretto il cappio al collo del deputato pidiellino. Per l’ex magistrato si aprono le porte del carcere di Poggioreale. Choc. Berlusconi ascolta la gelida voce del presidente Fini: «319 voti favorevoli, 293 contrari: la Camera approva». Pugno sul tavolo: poi il premier si alza e se ne va.
Nel corridoio del Transatlantico è avvicinato dai cronisti: «Presidente... È deluso?». Il Cavaliere si ferma, sta per rispondere. Il volto è teso, cupo. Gli rimbombano nelle orecchie le parole di Papa in Aula, prima del voto: «Sono sereno perché innocente. Ma anche turbato al pensiero dei miei figli di 12 e 10 anni ai quali ho dovuto spiegare stanotte come e perché questo fine settimana potrei non tornare a casa». Berlusconi apre la bocca, sta per rispondere ai giornalisti, ma gli uomini della scorta lo portano via.
Chiuso nella saletta del governo di Montecitorio si può sfogare. «È una vergogna! Una vera vergogna!». In Transatlantico è il gelo mentre il premier, assieme a qualche ministro si lascia andare: «Una cosa inaudita, sono dei pazzi. Così c’è davvero il rischio che si torni al clima del ’92. Pur di colpirmi e di buttare giù il governo rinnegano princìpi che dovrebbero difendere nel totale disinteresse per le persone». Ce l’ha con la magistratura, con i pm politicizzati che cercano di abbattere il palazzo proprio come nel ’94. Ma ce l’ha anche con Casini: «Inaccettabile quello che ha fatto. Sono soltanto dei garantisti di facciata». Quasi nello stesso momento arriva l’altra notizia da palazzo Madama. Il senatore Alberto Tedesco è salvo perché è stata appena bocciata l’autorizzazione degli arresti domiciliari per il senatore del Pd. «Mentre noi abbiamo dimostrato di essere realmente dei garantisti, la sinistra non ha fatto altrettanto».
Quando gli dicono che in realtà sulla pelle di Papa s’è giocato un congresso della Lega, con la vittoria di Maroni, annuisce sconsolato. «Venerdì parlerò con Bossi». Un ministro ragiona a voce alta: «Adesso col Carroccio saranno problemi. Bossi non controlla più il suo partito». Poi, però, la reazione del Cavaliere. «Il voto di oggi non cambia le cose - dice ai suoi -, anzi. Quanto accaduto ci impone di andare avanti. Se pensano di farmi fuori si sbagliano di grosso. Riusciremo a fare le riforma promesse agli italiani».
Certo, per il premier è un brutto colpo. Qualcuno, particolarmente pessimista, dice che «è l’inizio della fine. Così s’è aperta la breccia: il Parlamento adesso sarà ostaggio dei giudici più militanti». Un altro osserva: «In questo momento s’è attivato il timer sotto i banchi della maggioranza. Con la Lega in mano a Maroni saranno problemi a non finire». E ancora: «Attaccano Papa per colpire Papi. Ma se anche i giornali di centrodestra continuano a dipingerci come una Casta questo è il risultato: siamo intimiditi, spaventati, e ora in balìa delle Procure. Un gran bel risultato». Altra considerazione: «Hanno appena dato in pasto Papa alle belve convinti di frenare la piazza. Non è così. Scorrerà altro sangue. E non sarà un bello spettacolo». Tra le file del Pdl, poi, qualcuno comincia a parlare più liberamente di un’exit strategy del Cavaliere: «Dovrebbe accelerare su Alfano. E forse fare anche un passo indietro. Ma non lo farà mai. È un combattente lui».
Voci dal cortile di Montecitorio che forse arriveranno alle orecchie del premier. Il quale in serata riunisce lo stato maggiore del partito a palazzo Grazioli. Presenti i coordinatori nazionali, Verdini e La Russa; il segretario pidiellino Angelino Alfano; i vertici di Camera e Senato, Cicchitto e Gasparri; e il capogruppo di Popolo e territorio Silvano Moffa.