La Lega fa la secessione da Bossi: fischi e insulti sotto la Madonnina

Milano«Caro Berlusconi, scegli. O fai cadere questo governo infame, oppure la Lega farà cadere il governo della Regione Lombardia... Ogni giorno ne arrestano uno!». La folla padana esulta, Maroni fa sì con la testa, lo stato maggiore applaude (qualche leghista del Pirellone, per la verità, un po’ scosso dalla bomba sparata dal capo). È «l’idea» che Umberto Bossi aveva promesso per la manifestazione di Milano contro il «governo dei banchieri», molta gente (almeno 35mila, anche se lo staff di Roberto Calderoli dice 75mila), asce, sciarpe marchiate «Barbari sognanti» (i maroniani), parecchia tensione nell’aria.
Dopo i governatori Roberto Cota e Luca Zaia ha parlato il capo, e solo lui. Ha sparato contro Mario Monti (che deve andare «fuori dai c...») e ha chiesto al Pdl di «non tenere il piede in due scarpe», di scegliere tra l’appoggio al governo e l’appoggio della Lega nelle giunte locali. Poco dopo, nel segreto di via Bellerio, il capo ha un po’ ammorbidito il diktat («è un messaggio a Berlusconi perché stacchi la spina a Monti»), ma tutti i colonnelli l’hanno preso molto sul serio, preparandosi all’eventuale rottura, non solo in Lombardia. «Un azzardo dovuto» lo ha definito Giancarlo Giorgetti, capo della Lega lombarda. «Siamo all’11 per cento nazionale – ha detto Bossi dal palco -, abbiamo la forza per vincere da soli» alle prossime Amministrative. Fischi dai leghisti quando Bossi pronuncia il nome del «buon Berlusconi» (mentre su Alemanno partono proprio gli insulti), ma lui li placa: «Calma, non vorrete che lui e il Pd si mettano d’accordo per fare una legge elettorale che ci faccia fuori? Calma, calma...». Monti va spazzato via perché non pensa al popolo, tanto meno a quello padano: Padania libera, e Roma? «Fanc...».
Fin qui sarebbe un comizio leghista perfetto, ma altri fischi sono risuonati sotto la Madunina, coprendo addirittura la voce del capo. La «pace di Milano», come ha provato a battezzarla il segretario federale alla fine, sembra piuttosto l’inizio di una fase due nella lotta che dilania il Carroccio.
Bossi prende il microfono e affronta subito il nervo scoperto della Lega, la guerra interna tra «barbari sognanti» e «cerchio magico» («Se sei magico, sparisci» recitava uno degli striscioni), che non sarebbe come sembra perché «chi monta il caso sono i giornali di regime». Il segretario federale elogia la «saggezza» di chi ha fatto un passo indietro per il bene maggiore, «la libertà della Padania», «tutti abbiamo fatto un passo indietro, io, Reguzzoni e Maroni». Solo che appena viene scandito il nome dell’ex capogruppo della Camera appena dimessosi - come richiesto dai maroniani a Varese e mille volte prima -, partono i fischi dalla piazza. Non basta: il capo chiede un suggello fotografico della «pace», una stretta di mano davanti a tutti («basta storie, siamo fratelli»). Ma la stretta non c’è. Reguzzoni si avvicina a Maroni che però non allunga la mano, ed è costretto a stringerla a Bossi stesso. Altri fischi quando, mentre la folla scandisce il nome di Maroni come a dire: fai parlare anche lui, il Senatùr cerca sul palco «la Rosy» (Mauro), suggerendo una stretta di mano fra i due. La piazza fischia, sotto al palco l’esercito degli «insubri» (varese e dintorni) si distinguono per la durezza degli epiteti. Poco prima un cameraman aveva chiesto un bacio tra Rosy e Maroni, ma l’ex ministro ha giocherellato col cellulare lasciando la vicepresidente del Senato nell’imbarazzo.
Ancora fischi a coprire la voce del segretario federale, quando la folla invoca per l’ennesima volta «Maroni, Maroni!» affinché parli, ma non parla. Fischietti a go go, buuu e via così, non contro Bossi ma contro il fatto che Maroni non possa parlare, per via di tanti veti incrociati e del «cerchio magico».
«Mi è dispiaciuto molto non poter parlare per salutarvi e condividere con voi queste sensazioni» scriverà Maroni più tardi su Facebook, firmandosi «il vostro Barbaro Sognante», ormai marchio di fabbrica. Ma la rinuncia a parlare, una specie di armistizio firmato dalle fazioni in guerra, ha permesso ai maroniani il «due a zero», dopo il Maroni day a Varese: i congressi provinciali e nazionali. Niente mano al nemico, perché «non doveva finire a tarallucci e vino» dice Maroni ai suoi, ma nemmeno a botte da orbi che avrebbero guastato la tattica, per ora vincente, dei «barbari sognanti». La «pace di Milano» finisce con un Reguzzoni «infuriato» – raccontano - un Maroni decisissimo a nuove conquiste e un Bossi che non ne può più di questo clima, tanto da lasciare spazientito il consiglio federale. Una «pace» pacifica come l’ascia che il mitico Mario Borghezio agitava in piazza Duomo.