Ma la Lega gela i congiurati: fedeli al premier

Maroni respinge al mittente la proposta di Fini: "Idea strumentale, avanti col Cavaliere". E Calderoli: "Su Bobo polpetta avvelenata"

Roma - Proposta «strumentale», che lo lascia del tutto «indifferente». Anche perché «stiamo lavorando» affinché il governo attuale, quello guidato da Silvio Berlusconi, «arrivi fino alla fine della legislatura». Dura lo spazio di poche ore, l’ipotesi di un governo Maroni (con l’appoggio del Pd e il sostegno del Terzo Polo) lanciata da Gianfranco Fini in un’intervista di mezz’estate. Il ministro dell’Interno si affretta a smentire ogni illazione maligna, facendo sapere di non essere interessato e di ritenerla solo un’idea «strumentale» per seminare zizzania nella maggioranza. E in serata anche Roberto Calderoli, in comizio a una festa padana a Treviglio, liquida l’idea come «una polpetta avvelenata. È un tentativo di mettere da parte Berlusconi. Poi va bene Maroni, va bene Tremonti o qualunque altro esponente della maggioranza. Alla fine - ha concluso il ministro del Carroccio - si scrive Maroni ma si legge Monti. L’unico che tiene insieme questa maggioranza è Berlusconi».
Anche il Pd deve affrettarsi a chiudere le porte, spegnendo sul nascere la polemica interna all’opposizione, con l’Idv che tuona «il Pd smentisca subito» e le varie anime democrat che si dividono tra chi apre spiragli e chi li nega. «Il Pd non appoggerà governi guidati da ministri dell’esecutivo Berlusconi», assicura Enrico Letta. Mentre il braccio destro di Bersani, Maurizio Migliavacca, detta: «Per noi la strada maestra restano le elezioni».
Mentre Fini provvede a bruciare un eventuale esecutivo guidato dal titolare dell’Interno, Berlusconi tace e si gode la domenica chiuso a Villa Certosa, in Costa Smeralda, intento a raccogliere le forze prima di affrontare l’ultimo tornante pre-agostano. Le uniche dichiarazioni che escono da Palazzo Chigi sono due bacchettate: una ai giornali che riportano frasi «inventate» del Cavaliere contro Maroni; l’altra, bipartisan, sia a Alemanno, che sugli uffici ministeriali di Monza si straccia le vesti come se avessero spostato nottetempo l’intera Capitale in Brianza, sia ai leghisti che celebrano le tre targhe appese al muro di Monza: «Le polemiche volte ad enfatizzare o a demonizzare l’intesa sugli uffici decentrati sono destituite di ogni fondamento».
Quella che si apre è l’ultima settimana di attività parlamentare prima della pausa estiva, e sul tavolo del premier la grana principale da risolvere è quella della sostituzione di Angelino Alfano al ministero della Giustizia. Gran parte del Pdl preme perché si faccia presto. Dopo lo stop del Quirinale allo spostamento di altri ministri a Via Arenula, per evitare un «effetto domino» la scelta si restringe ai pochi parlamentari con le competenze e soprattutto la voglia di prendersi la rogna Giustizia. E il tam tam interno assicura che l’unico o quasi che soddisfa i due requisiti resta Francesco Nitto Palma. Che ha la pecca di essere un pm («È veramente un paradosso che proprio al governo Berlusconi tocchi un Guardasigilli magistrato dell’accusa», nota un dirigente parlamentare Pdl), ma anche il pregio di essere pronto all’onere e all’onore. E di fronte alle perplessità del premier, che secondo molti avrebbe preferito rimandare l’incombenza a settembre, il resto del partito preme sull’acceleratore: «Bisogna chiudere subito, perché Alfano non può restare ancora a bagnomaria», è l’allarme di più di un dirigente.
Quanto al rapporto con la Lega, nessuno prevede difficoltà parlamentari nei prossimi giorni: il decreto che finanzia le missioni militari passerà senza scossoni. E poi si chiude fino a settembre.