Lega, intrigo in Veneto Scalata difficile per Tosi

Tra i due litiganti godrà il terzo? A mano a mano che si avvicina la scadenza del congresso regionale della Lega veneta (importantissimo visto che, da sempre, l’ex Liga detiene la golden share nel Carroccio), appare sempre più evidente che fra i due contendenti, il segretario uscente Gian Paolo Gobbo, trevigiano, fedelissimo di Umberto Bossi, e l’aspirante Flavio Tosi, veronese, vicino al ministro Roberto Maroni, il dissidio non è in alcun modo componibile. Chi vince si prende tutto, come nella celebre canzone dell’album Mamma mia! degli Abba.
Tosi, sindaco della città scaligera, ritiene che la segreteria regionale gli spetti di diritto, avendogliela a suo tempo promessa il Senatùr in persona, e, radicatissimo com’è sul territorio, è anche pronto a espugnarla a suon di voti. Non ha però fatto i conti con un’incognita: per quel posto di comando potrebbe candidarsi il giovane Franco Manzato, assessore regionale all’Agricoltura. Manzato, trevigiano come Gobbo, per il quale nutre un’autentica venerazione (lo chiama imam), ha dalla sua, come Tosi peraltro, la giovane età (45 anni), la lunga militanza, l’abilità organizzativa (ha fondato la prima scuola per i quadri dirigenti della Lega), la solida cultura (ha studiato da autodidatta persino l’arabo) e soprattutto un vasto seguito fra i giovani, che in lui vedono il volto duro e puro della Lega originaria. Inoltre, qualora decidesse di scendere in campo, avrebbe l’appoggio sotterraneo di Bossi, che vede Tosi, indipendente com’è dalla Lega lombarda e molto inviso al «cerchio magico» del Senatùr, come il fumo negli occhi.
A convincere definitivamente Gobbo a farsi da parte e spianare la strada al suo allievo Manzato potrebbe essere l’intensificarsi delle polemiche, culminate domenica scorsa con un violento attacco di Luigino Vascon, per dieci anni parlamentare della Lega Nord e oggi assessore all’Agricoltura della Provincia di Vicenza, che con esplicito riferimento al debordante girovita del segretario regionale ha scritto nella sua pagina su Facebook parole di fuoco: «Chi doveva difendere i veneti, poggia il suo culo enorme ora a Treviso, ora a Padova e quando occorre a Venezia... L’importante è che lui e i suoi tirapiedi e leccapiedi siano ben sistemati. Del popolo veneto, della Padania, del federalismo a questi non gliene frega un c...».
Pare che Gobbo e la dirigenza regionale fossero pronti a rispondere per le rime a Vascon, magari con un’espulsione dalla Lega, come già avvenuto per Davide Lovat, responsabile vicentino degli enti locali, cacciato in seguito a dichiarazioni non gradite rilasciate ai giornali. Ma, a fermare la macchina dell’epurazione, è intervenuto un fatto drammatico: nello stesso giorno in cui la stampa locale ha dato notizia della colorita uscita di Vascon su Facebook, i carabinieri hanno trovato morto in una casa abbandonata di Barbarano, con una pistola accanto, il figlio ventenne dell’ex deputato leghista. Il ragazzo era reduce da un viaggio a Rho, dov’era andato a incontrare una coetanea milanese conosciuta - per un crudele contrappasso - proprio attraverso il social network al quale il padre aveva affidato le sue invettive contro Gobbo. Secondo gli inquirenti l’insano gesto sarebbe stato determinato dalla delusione per un amore cresciuto in chat su Internet ma non corrisposto nella vita reale.
Come i Montecchi e i Capuleti di Romeo e Giulietta, davanti al corpo senza vita del giovane i contendenti hanno sospeso ogni ostilità. Ma c’è da giurare che la tregua in casa leghista sarà di breve durata. Nel frattempo Manzato non si lascia coinvolgere nella guerra fratricida e cerca di sedare gli animi con dichiarazioni ecumeniche (l’ultima rilasciata al Mattino di Padova: «Sono convinto che al congresso si arriverà senza contrapposizioni, perché il valore dell’unità per la Lega è la priorità assoluta, in Veneto come altrove»). Ben conscio che il tempo lavora solo per lui.