Lega, linea dura sulla via del referendum

da Roma

Referendum. Tra la battaglia del Quirinale e quella del Governo, per la Lega c’è di mezzo invece quella della consultazione popolare sulla riforma costituzionale. La partita del Carroccio ha da sempre una sola bandiera: federalismo. Ed è all’appuntamento di fine giugno che guarda il partito di Bossi. La linea è quella di stringere e rafforzare la collaborazione con Berlusconi e Forza Italia per una campagna referendaria che sarà tutta sul leit motiv della «cacciata dei comunisti dal Palazzo d’Inverno». Per questo la Lega riscopre le sue origini: opposizione celodurista e automatico appoggio alla disobbedienza fiscale. La rosa dei nomi per il Quirinale? Non è neppure da innaffiare. Un tecnico? Non se ne parla proprio. Bossi è stato chiaro: «Serve un politico». E se il referendum dovesse andar male, alla Lega hanno già pronto il piano b: cercare sponda nella sinistra che già aveva aperto sul titolo V e aveva - proprio con Massimo D’Alema - sperimentato la formula della Commissione Bicamerale per le riforme. Il no secco a «un comunista al Quirinale» è inequivocabile, ma la realpolitik di Bossi è fatta di concretezza padana.
Che la linea sia questa è evidente. Bastava leggere le dichiarazioni serali di Roberto Maroni allo sbocciar della rosa dei candidati del centrodestra: «Quei quattro nomi (Franco Marini, Lamberto Dini, Giuliano Amato e Mario Monti, ndr) non sono stati fatti a nome della Cdl, ma a nome di tre dei quattro partiti della Cdl: la Lega non c’era, e non siamo d’accordo su nessuno dei quattro nomi fatti». Dopo poche ore spunta la candidatura di Napolitano e il refrain leghista non cambia: «Se esiste una pregiudiziale verso i Ds, ecco il nuovo candidato dell’Unione: Giorgio Napolitano». Infine c’è la rivendicazione dell’identità in camicia verde e l’avvertimento: «Se trovano un accordo con l’Unione su uno di quei quattro nomi avremo il nuovo presidente della Repubblica, ma la Casa delle Libertà finisce il giorno dopo». Ma nel Carroccio tutti sanno che quell’accordo non può nascere certo sull’asse del Nord.
Con un politico al Quirinale, si può dialogare, con un tecnico la partita per la Lega si complica, come con Carlo Azeglio Ciampi.Meglio, spiega Bossi, uno «che si sa da chi prende gli ordini, piuttosto che un tecnico che poi magari dipende dalle solite forze economiche. Io credo che l’importante sia che non vada alla presidenza un tecnico che non si capisce quello che pensa. Comunque si accettano i risultati delle votazioni». Rosa o Margherita, i leghisti sfogliano i petali dei candidati. E li buttano. Dei quattro nomi che compongono la rosa proposta dal centrodestra all’Unione, la Lega non digerisce soprattutto quello di Amato. Il direttore del quotidiano leghista La Padania Gianluigi Paragone ieri ha messo in guardia: «È l’uomo della finanziaria lacrime e sangue - elenca La Padania - è l’accademico prestato alla politica con l’allergia verso i passaggi elettorali. Tifa per l’Europa delle élite, della massoneria europea, della finanza, dell’euro Rotary. È l’amico dei poteri forti e nemico del popolo». La Lega non gli perdona nemmeno l’atteggiamento tenuto durante la stesura della Costituzione europea, insieme a Fini. E proprio nel leader di An Paragone trova il principale sponsor di Amato nel centrodestra, assieme a Casini. Amato, l’ex vicesegretario del Psi sembra tramontato; D’Alema, lo skipper dei Ds è in secca; Napolitano, il leader di quella che un tempo era l’ala migliorista del Pci è in navigazione. E il bastimento leghista è pronto ad affondarlo.