La Lega: niente più riunioni di governo su Bankitalia

Calderoli: «Pronti a disertare il Consiglio dei ministri». La «Padania»: «Con Tremonti torna la finanza creativa»

Adalberto Signore

da Roma

Che la Lega non abbia affatto mandato giù la scomunica di Silvio Berlusconi a Antonio Fazio è apparso chiaro sin dalle prime battute del dopo vertice di giovedì sera. Con Roberto Calderoli che tutto ha fatto tranne nascondere le sue perplessità su una decisione che in molti nel Carroccio hanno definito nella migliore delle ipotesi «troppo repentina». E passate ventiquattr’ore, a bocce ferme e con le idee più chiare, il ministro delle Riforme non ci pensa neanche lontanamente a cambiare idea. Anzi, se giovedì si era limitato a prendere le distanze dal premier («su Fazio ha espresso sue valutazioni personali»), ora fa un passo in avanti. «Qualcuno dice che la questione Bankitalia tornerà in Consiglio dei ministri perché il governo deve prendere una posizione formale? Bene - dice senza esitazione Calderoli - sarà un Consiglio senza i tre ministri della Lega». Perché per noi - avverte il coordinatore delle segreterie del Carroccio - «quello di Fazio è un discorso chiuso e pure l’esecutivo sulla questione si è già pronunciato, peraltro all’unanimità».
Sulla stessa linea Andrea Gibelli, capogruppo alla Camera della Lega. «Le nostre abitudini - spiega - sono di fare politica in maniera coerente, quando diciamo una cosa restiamo su quella posizione». «Eppoi - aggiunge - la dichiarazione di Berlusconi è venuta fuori in un certo modo, con Gianfranco Fini che l’ha detto prima di lui perché l’ha posta come condizione politica. Bene, ne prendiamo atto, ma non ci si dica che il premier non ha parlato a titolo personale». E se il caso tornasse al Consiglio dei ministri, se Giulio Tremonti o lo stesso Fini chiedessero un atto formale? «Ci sarebbero due problemi: il primo è tecnico-giuridico, perché il governo non ha alcun potere sulla Banca d’Italia; il secondo è politico, perché l’esecutivo si è già pronunciato sulla materia». Tra l’altro, aggiunge Gibelli, «mi pare che tra le righe il Consiglio dei ministri abbia preso un orientamento di un certo tipo, approvando una legge per limitare le intercettazioni, proprio lo strumento usato per mettere Fazio sulla gogna». D’accordo il sottosegretario alle Attività produttive Roberto Cota. «Una delle nostre peculiarità - spiega il segretario piemontese della Lega - è la coerenza, per quel che ci riguarda Fazio resta al suo posto». E «per fortuna - è la chiosa del ministro della Giustizia Roberto Castelli - stando alle leggi vigenti la Banca d’Italia è indipendente dal governo».
Ma al caso Fazio, si intreccia a doppio filo pure il ritorno di Tremonti al ministero dell’Economia. Perché nonostante gli ottimi rapporti con Umberto Bossi, più d’uno nel Carroccio non lo considera più l’alleato fedelissimo di un tempo. «Certo - dicono a via Bellerio - rispetto a Siniscalco resta un gigante, però troppe volte ci ha lasciato soli nelle nostre battaglie». Insomma, il neoministro dell’Economia è sì una garanzia per la Lega - soprattutto con una Finanziaria alle porte - ma con un retrogusto amaro. Che sta tutto nella prima pagina della Padania di ieri, che titola ironicamente Tutto chiaro, no?, con tanto di foto deformata con Berlusconi, Fini, Follini e Tremonti. Eloquente pure il titolo di pagina 3: La “finanza creativa” torna in via XX settembre. Eppoi c’è l’editoriale del direttore Gianluigi Paragone, che definisce le primarie «una pirlata» e il premier «Capitan Tentenna». E lancia una frecciata a Tremonti: «Ora, da ministro, vogliamo fatti in tema di dazi e di Europa. Ci possiamo contare?».
«La sua nomina - spiega il sottosegretario Cota, che nella Lega è l’uomo che più lavora sulla questione quote e misure antidumping - arriva in un contesto con molti chiaroscuri. Ora Tremonti deve portare a casa risultati concreti, soprattutto sul fronte dazi».