Ma la Lega non faccia il gioco di Franceschini

«Nella metropolitana milanese extracomunitari confinati in appositi vagoni o, se preferite, carrozze riservate per soli milanesi». Signori, la fesseria è servita. Nel giorno del trionfo per la Lega e per il suo ministro più esposto sul fronte; nel giorno in cui, dopo aver ottenuto la blindatura del pacchetto sicurezza, Roberto Maroni riesce per la prima volta a rispedire a Tripoli tre barconi di immigrati clandestini, chi poteva rovinare la festa? Un leghista più leghista della Lega, naturalmente. Nel giorno in cui anche i suoi lo guardavano con imbarazzo per la castroneria di 24 ore prima («in Italia tornano le leggi razziali»), chi poteva fornire un po’ di ossigeno all’agonizzante leader del Pd Dario Franceschini? Un altro leghista più leghista della Lega, ovvio. Trovati entrambi, in un caldo mezzodì di maggio nel cuore di Milano, in piazza della Scala, alla presentazione delle liste «lumbard» per le prossime elezioni provinciali. Parte la candidata Raffaella Piccinni, giovane taxista che però stavolta sceglie incautamente di occuparsi del traffico nel sottosuolo: «La metropolitana fa schifo ed è pericolosa. Ci vorrebbe un vagone solo per le donne. Anzi, si potrebbe riservarne uno a uso esclusivo degli immigrati. Apharteid? Macché, il metrò ora è un inferno». Arriva di rinforzo il deputato Matteo Salvini, che dice la stessa sciocchezza, rovesciando i termini: «Come ci sono posti riservati a invalidi su tram e vagoni, così dobbiamo pensare di riservare posti ai milanesi». E la cosa è talmente assurda che verrebbe da riderci su. Onorevole, ma lei come distingue un comasco da un milanese? E un emiliano da un lombardo? Che cosa facciamo, l’esame di dialetto prima di accedere ai binari? Installiamo dei rilevatori di pronuncia sopra le porte dei vagoni? E per gli immigrati? Certo il colore della pelle aiuta a distinguerli, ma non basta, sa? Forse non glielo hanno ancora detto per non turbarla, ma ci sono persino degli stranieri bianchi: che ne dice, forse dei cani da fiuto potrebbero aiutare. Ma purtroppo non c’è niente da ridere. L’immigrazione è una questione seria. Il contrasto all’illegalità e alla clandestinità pure. Soprattutto in Italia, esposta per ragioni geografiche e in difficoltà a gestire il fenomeno anche per ragioni culturali. Basta vedere i mal di pancia e i tormenti dei giorni scorsi, anche nella maggioranza, mentre si cercava di mettere a punto un pacchetto di norme che, come abbiamo dimostrato ieri, alla fine risulteranno comunque molto più blande di quelle già in vigore nella maggior parte dei Paesi europei. In alcuni aspetti più annacquate di quelle che ci chiede la stessa Ue. Sì, quell’Unione che è spesso pronta a tacciarci di razzismo dice che i clandestini possiamo trattenerli per l’identificazione anche 18 mesi, anziché i sei faticosamente strappati da Maroni e per i quali Franceschini ulula alle leggi razziali. Ma se poi arrivano delle Piccinni e dei Salvini con i loro vaniloqui sull’apartheid alla meneghina, tutto si fa più complicato. Perché è chiaro che non ci sarà mai applicazione pratica: i primi a dissociarsi sono gli alleati e il ministro Mara Carfagna impone subito un altolà che non si presta a equivoci. La sparata raggiunge però l’unico effetto che è in grado di produrre: tagliare l’erba sotto i piedi al governo che sta lavorando seriamente per affrontare un problema gigantesco e fornire munizioni a chi quel problema ha contribuito a creare e ora sta facendo di tutto perché non trovi una soluzione. Ecco infatti lampaDario Franceschini, fino a un attimo prima malinconicamente spento, recuperare un barlume di luce ed esalare: «Visto? Avevo ragione a parlare di leggi razziali». Ed ecco altri esponenti del Pd, prima ammutoliti dall’inverosimile uscita del loro segretario, ritrovare la voce e mettere in fila il loro repertorio d’ordinanza: «squallidi», «razzisti», «beceri», «incivili», «vergognosi». Il tutto condito dall’immancabile appello all’Europa perché «intervenga per impedire questa deriva xenofoba». E l’Europa (che, ripetiamo, con i clandestini è molto più severa di noi), interverrà. Il Parlamento di Strasburgo esprimerà la rituale «preoccupazione» e forse anche una «condanna». Brutte figure che sarebbe abbastanza agevole evitare: in fondo è sufficiente collegare il cervello prima di aprire la bocca.