«La Lega non uscirà dalla Cdl»

da Roma

La Lega Nord torna «costola della sinistra»? A giudicare dalla culinaria di piazza Montecitorio, l’altroieri il «pezzo» che andava fortissimo era ancora la Mortadella. Tagliata a fette spesse, e addentata con gusto sarcastico dai leghisti Roberto Maroni e Roberto Castelli. Dunque le avance fatte dal ministro Vannino Chiti, per cercare di ammorbidire il fronte dell’opposizione, sono destinate a restare sulla carta. Una vana speranza «non esclusa» ormai solo da qualche esponente dell’esecutivo a corto di fantasia e dal sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, pronto a discutere, ma neppure tanto «appassionato al dibattito».
Prima che l’idea di un «partito alla catalana» possa creare altre turbolenze o altre vane speranze, è lo stesso Umberto Bossi a chiudere il «caso»: «Non abbandoneremo mai una coalizione per uscire e andare da un’altra parte - dichiara a Telepadania -: facciamo politica per fare le riforme e per raggiungere il federalismo, e facciamo gli accordi con chi ha voglia di cambiare le cose... Ma non adesso che sono state fatte le elezioni. I voti che abbiamo preso, li abbiamo presi in uno schieramento: non è possibile saltare da una parte all’altra». Guai a «tradire il mandato dei cittadini», aggiunge Bossi, che crede fortemente nel bipolarismo e nella Cdl «assieme a Forza Italia». Le «larghe intese» potrebbero «esserci adesso», se anche gli alleati vi partecipassero, «ma se poi il governo cade bisognerebbe andare ad elezioni», precisa.
L’esperienza della Germania non sembra esportabile: «Là il partito socialista ha tanti voti, in Italia la sinistra ne ha pochi e non potrebbe mai gestire le larghe intese», è l’analisi del leader del Carroccio. Deciso a «ripresentarsi come segretario della Lega al prossimo congresso, resistendo alle difficoltà», e durissimo con Romano Prodi e il suo governo. «Il premier deve difendere le porcherie che fa - dice Bossi -, basta però che giri a piedi il Paese e vedrà che la gente gli tira addosso la borsa della spesa...». La Finanziaria è pessima: «Massacra la gente... È troppo, troppo pesante. Prodi ha tassato tutto e tutti. Il nostro Paese non può sopportare un peso del genere, soprattutto le piccole imprese del Nord. Prodi dica ciò che vuole, ma non si faccia vedere in giro...».
L’intervista rilasciata l’altroieri a un quotidiano romano da Maroni è digerita. E in ogni caso, secondo i leghisti, tradiva nella titolazione («Trattiamo con l’Unione per non sparire») una certa enfasi per le speranze di settori del centrosinistra, non certo rispecchiando la linea politica del Carroccio. Linea chiarissima, invece, allo stesso leader della Cdl, Silvio Berlusconi, che aveva incontrato due sere fa per tre ore Bossi, e spiegato: «La Lega, com’è ovvio, guarda sempre all’interesse del Nord e dice: se questo governo fa una proposta positiva, la votiamo. Ma questo non vuol dire consenso o addirittura appoggio esterno al governo...». «Della Lega mi fido, e sono contento che sia con noi», aveva aggiunto anche il portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti. Insomma, una bolla di sapone, scoppiata ieri pomeriggio già alla Camera, vedendo il comportamento dei deputati leghisti alla prese con la Finanziaria. «Prodi ha detto una sola cosa intelligente - chiariva Maroni -: il Paese si sta svegliando... Perché non vede l’ora di uscire dall’incubo in cui lo ha portato».
Espliciti i leghisti, anche sulla manifestazione del 2 dicembre e sulla posizione dell’Udc. E se Calderoli rivolgeva un invito ad «ammutinarsi contro capitan Mortadella, che con il suo Titanic sta puntando dritto verso un iceberg», Maroni ribadiva che chi non scenderà in piazza a Roma «è contro di noi e non sta più nella Cdl... Casini è diventato come Follini: ogni iniziativa diventa per loro un’occasione buona per prendere le distanze e indebolire Berlusconi: ai tempi del nostro governo ci pensava Follini, oggi Casini...».