La Lega ora è irrequieta La svolta di Maroni: vota con il metodo Pd

Il ministro aderisce al segnale dei democratici per palesare la scelta: siamo stati coerenti. E su <em>Radio Padania</em> la base è spaccata

Roma - Assente Umberto Bossi, a Milano per «un’operazione agli occhi», presente eccome Bobo Maroni, che suggella la sua vittoria nel partito e il distacco della Lega dall’asse di governo. La fase due del Carroccio, ormai alleato con molti se, si apre in un giorno in stile vecchia Mani pulite, gli anni della Lega con il cappio in aula. Il ministro guida il ritorno alle origini controllando il voto dei suoi commilitoni (mentre lui vota con la sinistra, come i piddini, per provare il proprio sì all’arresto), dialoga a lungo con D’Alema in Transatlantico, si va a sedere tra i banchi dei Democratici. «Siamo coerenti, abbiamo votato compatti» per l’autorizzazione chiesta dalla Procura di Napoli, dice Maroni subito dopo il 319 a 293 comparso sul tabellone della Camera, in un gelo surreale dell’emiciclo. Nelle ore precedenti Bobo aveva premuto per un’astensione del gruppo, cosa che avrebbe messo al riparo i leghisti dalle accuse della sinistra se Papa si fosse salvato.

Ma il capogruppo Marco Reguzzoni si è orientato su una dichiarazione di voto (poi fatta da Carolina Lussana) che condannasse l’abuso del carcere preventivo, lasciando libera facoltà ai deputati leghisti e indicando comunque la linea del sì all’arresto (e poi ricorrendo a mezzi propri per rispondere eventualmente a Franceschini: fotografarsi col telefonino mentre si vota sì...). Una soluzione per mettere insieme le diverse sfumature del pensiero del Capo, non sempre facili da comporre. Il risultato è stato il via libera alla custodia cautelare, l’esatto opposto delle tutele chieste dal Pdl nell’intervento (applaudito da Casini) di Maurizio Paniz e forse dalle rassicurazioni date da Bossi al Cavaliere.

É la fine dell’asse? «Noi abbiamo solo voluto dire che la Lega è una cosa e il Pdl un’altra» rispondono i leghisti alla Camera. I berlusconiani, irritati con il Carroccio, indicano nel regolamento di conti interno (maroniani vs cerchio magico) l’origine dei problemi dell’alleanza, e la ragione del voto leghista su Papa (che Giacomo Stucchi, prossimo capogruppo, saluta così sul suo Facebook: l’è ’ndacia la quaià, la quaglia è andata...). Si sospetta anche una volontà «maroniana» di far saltare il governo, cosa di cui Berlusconi vuol discutere direttamente con Bossi a breve. Il succo è quello: Maroni comanda e porta la Lega dove vuole lui, Bossi non la tiene più.

Con lo scrutinio segreto si può solo supporre, ma i numeri dicono che sommando Pd, Idv, Udc e Fli mancano ancora 29 voti per arrivare alla maggioranza che ha fatto arrestare Alfonso Papa. Voti arrivati con tutta probabilità proprio dalla Lega, che conta come fedeli di Bobo circa tre quarti dei deputati padani. Meno probabile che siano leghisti i voti che hanno invece salvato il piddino Tedesco al Senato («Sono stati quelli del Pd a dire che votavano sì all’arresto e poi hanno fatto il contrario» dice Fabio Rizzi, senatore varesino della Lega). Ma Pd e anche Pdl (per motivi opposti) agitano il sospetto che la Lega al Senato abbia votato in parte pro-Tedesco.

I leghisti possono però rivendicare la «coerenza», come fa Matteo Salvini e molti altri leghisti. Però su Radio Padania emerge anche l’altro sentimento radicato nella pancia leghista, quello anti magistrati, e che sulle onde padane esprime la sua delusione per «una vittoria del giustizialismo» anche grazie ai voti della Lega.

Tuttavia, sono convinti i parlamentari leghisti, la delusione della base sarebbe stata molto più cocente se avessero salvato Papa. Dunque, meglio il vecchio cappio. Ed è solo l’inizio della Lega Due. Ora tocca a Milanese e al rifinanziamento delle missioni. Castelli ha già annunciato un «nuovo dispiacere» per il Cav. Ce ne sono di cose da discutere quando Bossi torna a Roma.