La Lega pianta i paletti: "Non bastano due voti in più"

La crisi vista dal Carroccio. Bossi scettico: "Silvio avrà la fiducia, ma poi...". E Cota chiude la porta a Casini: "E' l’unico contro il federalismo"

Roma - Dietro il cespuglio in cui Bossi ha raccolto i suoi, in saggia attesa di numeri certi su cui pesare maggioranza e opposizione, tira un’aria abbastanza gelida. Il pallottoliere parlamentare degli ultimi giorni non ha, diciamo così, esaltato i vertici della Lega. E non tanto per l’incertezza sulla conta di domani, ma soprattutto per il dopo. «Berlusconi avrà la fiducia» dice Bossi, aggiungendo un «se non ha fatto male i conti», ma tenendo per sé tutte le valutazioni su quello che la maggioranza potrà farsene di una soluzione che ha tutta l'aria di essere provvisoria («Dopodichè... lo dico dopo la fiducia»). Quale potrebbe essere il «dopodichè» di Umberto Bossi si può intuire dalle mezze parole che filtrano nelle prime linee del Carroccio, tra i colonnelli del segretario federale. Uno di loro è molto chiaro: «Non si può pensare di andare avanti tre anni con una manciata di voti in più. In mezzo a una crisi economica come quella in cui ci troviamo, e che durerà ancora, ci vuole un governo con una maggioranza solida, sennò si rischia troppo. Berlusconi doveva seguire il nostro consiglio, andare subito al voto alle prime avvisaglie di crisi. Insieme a noi avrebbe sbaragliato tutti, invece si è trascinata la situazione fino a questo punto...». La Lega avrebbe sottoscritto anche una exit strategy alternativa, con un passo indietro di Berlusconi e l’investitura di un premier molto gradito al Carroccio come Giulio Tremonti, ma la solidità dell’asse con il Cavaliere rende impossibile ogni mossa che non parta dal premier stesso.

L’altro scenario, quello di un allargamento all’Udc dopo il voto di domani, è anch’esso motivo di grande perplessità per la Lega. Sotto c’è la diffidenza congenita dei leghisti per gli ex democristiani di Casini, considerati ostili alla rivoluzione federalista. C’è anche una considerazione di pragmatica politica, che ha formulato esplicitamente un uomo molto vicino a Bossi come Roberto Cota, ieri a SkyTg24: «Berlusconi ha detto una cosa condivisibile, cioè che non ci può essere alcuna trattativa con chi vota la sfiducia, e Casini ha presentato una mozione di sfiducia e anche oggi ha ribadito che intende votarla». Poi, «l’Udc ha anche votato contro il federalismo». Dunque, «direi di no, non vedo bene l’arrivo di Casini nella maggioranza. Ma queste sono questioni che vedranno Bossi e Berlusconi». La stessa linea che tiene un altro fidatissimo del segretario federale, il numero uno della Lega lombarda (e presidente della commissione Bilancio della Camera), Giancarlo Giorgetti. L’allargamento all’Udc? «La considero una soluzione contro, natura perché non rispecchia la volontà espressa dagli elettori due anni fa: staremo a vedere». Se poi dal voto sulla fiducia dovesse emergere una maggioranza con uno o due voti in più, l’unica strada, sia per Giorgetti che per Cota, è il voto anticipato.

C’è però un’altra carta, che è quella diplomatica, su cui la Lega, dietro le quinte, è molto attiva. Nella prima commissione della Camera la Lega sta aprendo alle colombe finiane di Moffa su un punto molto sensibile per i padani, la progressiva riduzione del numero delle Province, uno dei termini dello scontro tra Lega e Fli. Un segnale di mediazione che prova la volontà della Lega, in prima persona, di recuperare i finiani «per bene». Se dovrà rimanere solo un buon proposito si vedrà tra pochissimo tempo.