Lega scettica sul proporzionale «Ma alla Camera voteremo sì»

Il Carroccio aspetta al varco l’Udc sulla devoluzione. Dubbi sulle liste bloccate, veneti e lombardi contro il possibile «travaso» delle candidature

Adalberto Signore

da Roma

La frenata sulla legge elettorale arrivata domenica da Varese e lunedì da via Bellerio è di quelle che lasciano il segno. Perché all’indomani del Consiglio federale del partito i molti perplessi della Lega, seppure con qualche timore, iniziano a farsi avanti. Un malumore, quello che serpeggia tra deputati e senatori del Carroccio, che è arrivato fino a Umberto Bossi, che da qualche settimana a questa parte ha iniziato a studiare la questione. E che può essere riassunto nelle parole del Senatùr al Consiglio federale: «Di questo problema riparleremo tra due o tre settimane».
La strada, dunque, almeno per ora è segnata. Martedì, alla ripresa dei lavori della Camera, sulla legge elettorale la Lega voterà seguendo la linea della Casa delle libertà in nome di quello che Roberto Calderoli ha sempre e solo definito un «accordo tecnico». E quando nei giorni successivi la devoluzione arriverà a Montecitorio nessuno dell’Udc potrà tirarsi indietro. Conferma Roberto Maroni: «Nonostante le perplessità di molti di noi, voteremo la riforma». A questo punto, però, la palla passerà al Senato dove il calendario sarà ribaltato rispetto alla Camera. Palazzo Madama dovrà prima votare l’ultima e decisiva lettura sulla riforma federale e solo dopo la legge elettorale, lasciando di fatto al Carroccio più libertà di movimento. Non è un caso che il ministro del Welfare commenti l’inversione dei voti al Senato con un sorriso: «Questa è una buona notizia».
Già, perché il ritorno al proporzionale con liste bloccate comporta per la Lega due ordini di problemi. Uno più generale e politico, l’altro tutto interno al partito. Il primo è quello del ridimensionamento del potere d’interdizione del Carroccio che - stando ai sondaggi - oggi può contare oltre che sui parlamentari eletti nel proporzionale pure in una ventina di collegi uninominali dove è in grado di vincere correndo da solo (in alcune roccheforti lombarde, come Sondrio, e venete, come Treviso). Senza contare che nel resto dei collegi di Lombardia, Veneto e in buona parte Piemonte il contributo della Lega è comunque determinante. È chiaro che un ritorno al proporzionale ridurrebbe di molto la forza del Carroccio che non sarebbe più l’ago della bilancia del Nord. «E questo - ha fatto notare più di un dirigente a Bossi - alla vigilia di una tornata elettorale che, nel caso di sconfitta, ci lascerebbe anche orfani del nostro garante nella coalizione, Silvio Berlusconi». Insomma, per usare le parole del Senatùr, così «ci smeniamo solo noi».
Ma c’è pura una querelle tutta interna alla Lega, perché tornare al proporzionale significa nei fatti prendere meno seggi in Lombardia e Veneto (dove ha incassato alle regionali rispettivamente il 15,8 e 14,7%), guadagnare qualcosa in Piemonte e Friuli Venezia Giulia e andare a raccogliere i resti in Liguria e Emilia Romagna. È per questo che i segretari regionali hanno iniziato a discutere con Calderoli eventuali travasi di parlamentari da una regione all’altra, cosa però non facile da spiegare agli elettori di un movimento così radicato nel territorio. «Se pensano di candidarmi in Piemonte», dice un deputato veneto, «sono pazzi». Senza contare, poi, la questione delle liste bloccate, che nei fatti verrebbero decise a Milano anche per Piemonte e Veneto («né schiavi di Roma, né servi di Milano», chiosa un altro veneto). Insomma, tutte considerazioni che lasciano qualche dubbio sulle intenzioni di Bossi e della Lega, per ora decisa a rimanere «in finestra» per vedere come si concluderà il tira e molla nell’Udc tra Pier Ferdinando Casini e Marco Follini e il voto di lunedì (secondo l’opposizione servono 30-31 franchi tiratori per affossare subito la riforma).
Qualche perplesso, però, c’è anche in Forza Italia. Ed è per questa ragione che stasera Berlusconi affronterà la questione nell’incontro in programma alle 20.30 con i gruppi parlamentari azzurri di Camera e Senato. Secondo il premier, infatti, l’unico modo per ribaltare i sondaggi (Forza Italia sarebbe al 20%) è «mostrarsi il più possibile uniti, a partire dalla riforma della legge elettorale».