La Lega snobba le avance del Pd: meglio da soli che alleati con voi

RomaCi risiamo con la costoletta (della sinistra), che Bersani sta cercando di cucinare alla griglia dei ballottaggi, col pepe e il sale del malcontento leghista verso il Pdl. Il segretario Pd soffia più che può sul braciere, dice «ma quale tregua, tra Bossi e Berlusconi è rottura profonda», lancia ami e carica le sirene. È pur vero che lo stato maggiore leghista tende le orecchie, mentre ragiona sul da farsi. L’opzione bossiana è lo sganciamento senza rottura, cioè uno smarcamento non traumatico dall’unico alleato possibile (al momento e nelle previsioni a medio termine), ovvero il partito del Cavaliere. Chi sperava, dopo la batosta, in una Lega nuova costola della sinistra (vecchio adagio dalemiano) o cospiratrice da governo tecnico ha sperato male, così come sono mal riposte le speranze pidielline che tutto torni come prima (a meno di miracoli del pallottoliere soprattutto a Milano).
La fuga leghista non sembra portare nei pressi del Pd, e nemmeno del Terzo polo. In via Bellerio è tornata la metafora tedesca, ripresa dal cassetto dei sogni quando le cose si mettono male. Cioè una Lega modello Csu, il primo partito della Baviera (la Padania tedesca), che nel Bundestag (il Parlamento tedesco) governa in alleanza con la Cdu (il Pdl alla tedesca). «Allearci con questa sinistra mi sembra impossibile» confida un big leghista, «su immigrazione, rom, moschee e sicurezza parliamo la stessa lingua del Pdl. Se i nostri ci rimproverano di stare con Berlusconi, chissà che farebbero se ci mettessimo con Bersani e Vendola!», chiosa il padano. Il modello Csu, tirato fuori per primo da Maroni tempo fa, era tornato ad aleggiare anche dopo una enigmatica intervista di Umberto Bossi alla Padania (un anno fa circa), quando il capo disse (correggendosi il giorno dopo) «siamo probabilmente alla fine dell’alleanza con il Pdl», scatenando un putiferio.
Il lavoro sulla nuova legge elettorale va inquadrato in questo contesto. I leghisti hanno molto apprezzato il riferimento fatto da Casini su un proporzionale «alla tedesca» (con l’osservazione in aggiunta che «in questa campagna elettorale la Lega è diventata la forza moderata»). Sul superamento del «Porcellum» (fatto e poi così apostrofato da Calderoli) c’è convergenza tra Lega, Pd e Terzo Polo. Ma non perché ci sia un progetto comune, in chiave anti Cavaliere. La Lega punta al proporzionale per slegarsi dalle sorti del Pdl, in modo da presentarsi al voto (magari già alle prossime politiche del 2013, se non anticipate al 2012) non più per forza in coalizione ma ognuno per sé, rimandando al dopo, numeri alla mano, i ragionamenti sulle alleanze. La lezione di Milano, e di altri Comuni dove la corsa solitaria ha funzionato, ha convinto Bossi che l’abbraccio con il Pdl può essere dannoso per la Lega, ma che non c’è alternativa possibile. Quindi, da soli alle urne, con candidati propri, senza rompere ma senza stare abbracciati. Il Pd non attrae i padani di Bossi, perché «un conto è Chiamparino», ripetono spesso, un altro sono i veri leader del primo partito del centrosinistra, federalisti per finta, sono convinti nella Lega.
Bossi saluta la Bindi in transatlantico, Calderoli fa da ambasciatore con il Pd, ma poi restano le fratture. Come si è visto sul voto per il decreto omnibus (l’ira di Gianni Fava, deputato leghista e candidato al ballottaggio col Pd per la Provincia di Mantova: «Basta con lo sciacallaggio della sinistra, non ci stiamo al gioco al massacro, al “tanto peggio tanto meglio”»...). Intanto continua il braccio di ferro col Pdl (romano) sul decentramento dei ministeri, o «dipartimenti» come ci si è accordato da ultimo. La Lega va avanti, raccoglie firme, ed è probabile che a Pontida (19 giugno) presenti una proposta di legge popolare. Ma dal Pdl arriveranno le barricate. Molto dipende dai ballottaggi. Anche su questo.