La Lega sogna in grande per succedere al Cav

RomaNella lealtà, accanto alle dimostrazioni che l’asse è inossidabile, c’è anche una competizione sotterranea. È naturale che sia così, perché nessuno si è mai sognato, agli albori del Pdl, di far confluire il partito di Bossi nel nuovo grande soggetto politico del centrodestra. Due anime diverse, anche se unite, ma molto diverse. I problemi del Pdl inquietano i vertici del Carroccio per i riverberi che possono avere sulla costruzione della riforma federale, per il resto - si ripete negli ambienti bossiani - «ogni voto perso dal Pdl al nord, arriva a noi». Non è un mistero che la Lega stia puntando molto in alto, e che l’alleanza con Berlusconi sia funzionale a questa crescita prevista. «Silvio al Quirinale, un leghista a Palazzo Chigi» era la scommessa di un colonnello della Lega qualche settimana fa, e malgrado tutto, è difficile dire che non sia ancora un obiettivo a medio termine per i leghisti.
Una Lega che fa le scarpe al Pdl? Non è questo il punto. In realtà, quello che segnalano gli osservatori più attenti di quanto si muove nell’universo padano, è uno scarto rispetto al passato, segnalato in modo evidente da alcuni recenti cambiamenti. Il successo della Lega nelle regioni rosse, la vocazione alla mediazione che il partito ha assunto (nonostante le tradizionali esibizioni muscolari a Pontida o a Ponte di Legno), la moderazione nei rapporti col Quirinale, la rinnovata attenzione al mondo della banche e ai posti chiave nei cda che contano, la conquista dell’inedita frontiera meridionale. La Lega si sta trasformando: da partito territoriale nordista a modello di gestione del territorio. «I nostri amministrano bene e non rubano, ecco perché cresciamo» dice un leghista ligure, una delle regioni rosse dove la Lega sta raddoppiando le sue percentuali. La stessa cosa si sta verificando altrove, dalla Toscana, all’Umbria, alle Marche, addirittura alla Sardegna, dove le sezioni in un anno sono diventate una decina, partendo dal nord dell’isola fino all’ultima, a Cagliari, inaugurata di recente.
Parlare di Lega fuori dalla Padania non sembra più un azzardo perché la Lega è riuscita ad accreditarsi come un partito che sta dalla parte del «territorio», al Nord come al Sud, nel Canavese come in Gallura o in Lucania. Il «modello di governo» leghista, costruito attraverso una selezione di persone preferibilmente senza pregresse esperienze politiche (i riciclati sono banditi) e una presenza molto radicata sul territorio (sezioni, gazebo, incontri), sta modificando la percezione della Lega. Che, non a caso, punta credibilmente anche al Sud. Lì il vero problema è trovare dirigenti locali, tra i molti che ultimamente si propongono, che non portino con sé strane amicizie o interessi opachi. Cosa piuttosto frequente in Campania o Calabria, dove la politica è vista spesso come un mezzo rapido per arricchirsi. Lo ha raccontato Bossi a Ferragosto: «Ho dato la concessione per aprire una sede della Lega in Calabria e due giorni dopo c’era uno della ’ndrangheta».
La via per il Sud è ancora irta di ostacoli, per la Lega, ma già il fatto che sia segnata indica il passaggio a una fase nuova. Un’altra forma del «meridionalismo leghista» è in fondo anche l’azione (lodata anche da Saviano) del ministero di Maroni contro la criminalità organizzata. E si potrebbe aggiungere anche quella di Calderoli contro le spese scandalo della (inefficiente) sanità meridionale. Un meridionalismo al contrario, che però potrebbe convincere anche i meridionali meno prevenuti. Cosa che accrediterebbe ancora di più i progetti nazionali della Lega. Per succedere, in futuro, al Pdl di Berlusconi? Non son cose che si dicono tra alleati di ferro.