La Lega in trincea: «Non ci stiamo, ora opposizione»

RomaUn Bossi silenzioso, concentrato su una scelta da cui dipenderà molto per la sua Lega. Alla riunione del gruppo alla Camera il capo è parso «irremovibile» nella scelta, ormai isolata in Parlamento, di chiamarsi fuori dall’appoggio a Monti. Nonostante le molte pressioni e insistenze - riferiscono fonti leghiste - da parte di Napolitano e soprattutto da Berlusconi, che ha cercato di coinvolgere Bossi, anche per non spezzare l’asse del centrodestra, cosa che potrebbe avere ripercussioni sull’alleanza nei prossimi mesi. Rompere con Berlusconi? «Vedremo» risponde Bossi sibillino. Maroni è più chiaro: «Se il Pdl vorrà sostenere un governo tecnico, mi pare sia la fine di un ciclo». Ma bisogna fare la tara alla retorica leghista, che non vedeva l’ora di poter cavalcare da sola le praterie padane, slegata da Berlusconi, e ora pesta sull’acceleratore.
Un fronte per la verità è già aperto, ed è la Lombardia. I leghisti hanno già messo la bandierina sul Pirellone (a Maroni piacerebbe fare il governatore) quando Formigoni passerà da Milano a Roma per un incarico nazionale. Così la Lega realizzerebbe quello che Davide Boni chiama la «Baviera padana», sul modello della Csu tedesca. Intanto, resta lo smarcamento leghista su Monti, anche se qualche tentativo di allacciamento alla posizione del Pdl c’è stato dentro la Lega. Ma Bossi ha scelto una via astuta, a metà, più moderata di quanto non dica. L’opposizione, ma non preconcetta, così da contestare il governo quando farà scelte impopolari (pensioni, licenziamenti, abolizione delle Province) e appoggiarlo invece quando proporrà misure che il Carroccio condivide (taglio dei parlamentari, patrimoniale per i «ricchi»). Una tana ideale per la vecchia volpe Umberto, che in questa partita ha preso delle carte migliori dal mazzo rispetto a Berlusconi.
«Andremo all'opposizione. Come si fa a sostenere un governo che farà portare via tutto? Che privatizzerà le municipalizzate?» dice Bossi, tirando fuori un cavallo di battaglia. La Lega da mesi batte il chiodo del colonialismo finanziario, specialmente francese, sulle aziende italiane. In particolare le mosse di Edf, l’Enel francese, su Edison e A2A («I francesi vogliono gestire l’approvvigionamento energetico della Padania» denunciano i deputati, specie Massimo Polledri), e poi di Lactalis su Parmalat. Le privatizzazioni sono nel programma di Monti, che è spinto da Sarkozy, e nella Lega fanno due più due... L’altro nemico della Lega è l’Europa (e l’euro), attaccati nel discorso sul voto per la legge di stabilità (Fugatti: «È in corso un attacco franco-tedesco al sistema bancario italiano»). E la Lega prende anche questa palla al volo, diventando paradossalmente il partito più patriottico: «Addirittura il presidente dell’Ue è venuto in Italia a dire che, per gli italiani, non servono le elezioni - attacca Maroni - non credo ci siano precedenti di qualcuno che va in uno Stato sovrano e si permetta di dire al popolo cosa deve fare». Non c’è che dire, una manna dal cielo questa situazione per il Carroccio. Che rischia anche di sistemare i suoi problemi interni. Alla Camera infatti andrà Maroni a fare il capogruppo, mentre al Senato è probabile Calderoli, anche se dicono non smani per farlo. Un bingo. Infatti gira questa battuta tra i leghisti: ci ha fatto meglio Monti che Tremonti!