Lega, ultimatum per far partire la A

Il campionato di calcio parte. Tutto va in quella direzione anche se manca ancora il via libera definitivo dell’Associazione calciatori, atteso per oggi. Ieri la Lega serie A ha detto sì all’accordo ponte fino al giugno 2012, ipotesi proposta dal sindacato solamente venerdì scorso per scongiurare in extremis lo slittamento del torneo, ma rispedita al mittente dai presidenti. Che sei giorni dopo hanno cambiato idea. O meglio, sollevati dallo spauracchio da 60 milioni di euro del contributo di solidarietà, stralciato dal Governo nella manovra finanziaria, i patron hanno fatto un passo indietro e ritrovato unità d’intenti. La Lega propone di firmare i primi sei punti del contratto, mentre per il settimo, quello sugli allenamenti differenziati e oggetto della diatriba, propone di istituire un tavolo che in 30 giorni porti a una formulazione condivisa dalle parti. Se non si dovesse raggiungere un accordo, a valere sarebbe il lodo Abete, ovvero l’interpretazione data dal presidente federale. Ripulita dai riferimenti temporali e con una modifica non di poco conto: non si parla più di prima squadra, ma di staff tecnico. Ma soprattutto avrebbe validità di un anno. Nel frattempo un gruppo di lavoro avrebbe il compito di stilare un nuovo contratto collettivo che entrerebbe in vigore dal primo luglio 2012.
Maurizio Beretta è soddisfatto: «È una delibera votata all’unanimità». A conferma che la cena chiarificatrice post-mercato di mercoledì sera tra i presidenti, aveva visto prevalere le colombe ai falchi, dopo il 18-2 dell’ultima assemblea che aveva portato al muro contro muro coi calciatori. Un radicale cambiamento «perché decisiva - conferma Beretta - è stata la scomparsa dalla manovra finanziaria del contributo di solidarietà e con esso il rischio che quelle società che hanno fatto contratti che garantiscono il netto si sarebbero dovute accollare un’ulteriore spesa». «L’accordo con Tommasi mi è parso problematico perché voleva che il contratto collettivo durasse tre anni e non solo un anno», ammette il presidente della Lega che comunque è ottimista. Ma a incalzare i calciatori ci pensa Aurelio De Laurentiis: «A questo punto se ci sarà un altro sciopero l'unico responsabile sarà Tommasi. La Lega ha fatto diversi passi avanti». E da Ravenna, dove ieri sono iniziati i mondiali di beach soccer, anche il presidente della Fifa, Sepp Blatter attacca: «Lo sciopero è sbagliato, il calcio professionistico deve avere rispetto per le società, per i media, per i partner e per i tifosi di tutto il mondo». A ruota Abete ha parlato di importanti passi avanti. E dopo il diktat «si deve giocare», del presidente federale e di Petrucci, numero uno del Coni, sarebbe clamoroso il rifiuto dell’Aic, ora con le spalle al muro. Tommasi perplesso si è preso 24 ore di tempo per rispondere, prima di tutto per un giro di consultazione coi capitani. Ma anche perché ai vertici del sindacato non si aspettavano un rilancio da parte della Lega, bensì una firma. A questo punto lunedì può essere il giorno della pace. L’occasione è l’incontro a Palazzo Chigi, dove si ritroveranno Coni, Figc, Lega di serie A e Aic insieme al sottosegretario allo sport, Rocco Crimi, per gettare le basi dello «sportello istituzionale», che avrà il compito di modernizzare il calcio. A partire dalla «legge 91», che disciplina i rapporti tra calciatori e club, nuovi stadi e tutela dei marchi.
Intanto la pace in Lega calcio è durata poche ore. Cellino insiste a chiedere le dimissioni di Beretta: «È come la carta assorbente, non basta un agnello per domare venti leoni». E De Laurentiis si scatena sulla vendita dei diritti tv. Ieri l’assemblea ha votato l’introito minimo che si aspetta di ricevere per il triennio 2012-2015. Unico contrario (3 astenuti e 16 favorevoli), il produttore cinematografico: «Infront ci sta consigliando di vendere, per fare un favore a Berlusconi, a prezzi bassissimi a Mediaset», l’accusa del patron del Napoli. «I club minori non hanno il coraggio di parlare perché temono i poteri forti. Io mi appello al Garante». Attualmente è di circa un miliardo a stagione l’introito per le società dalla vendita dei diritti televisivi. E per il prossimo triennio dovrebbe essere solo di poco superiore. Inaccettabile per De Laurentiis. Dal contratto collettivo ai diritti tv, alla fine è sempre e solo questione di soldi.