La Lega va per conto suo «No a un nuovo inciucio»

Fabrizio de Feo

da Roma

Ci risiamo. Come già avvenuto in occasione dell’elezione del presidente del Senato, la Lega sceglie di navigare in solitaria, almeno in prima battuta, e percorrere una terza via verso il Quirinale. Scatta così l’operazione «Umberto Bossi for president», con il lancio del Senatùr come candidato di bandiera. E se venerdì il nome del leader del movimento era stato avanzato come un semplice tributo di appartenenza, il giorno dopo i dirigenti leghisti puntualizzano: «Su Bossi facciamo sul serio».
«Le aperture di facciata al dialogo fatte dalla sinistra sull’imminente elezione del Presidente della Repubblica e l’odierna intervista di Piero Fassino puzzano di Prima Repubblica e di inciucio» dice Roberto Calderoli, coordinatore delle Segreterie Nazionali della Lega Nord. «Non è necessario essere dei geni, o chiamarsi Massimo - aggiunge Calderoli - per capire che siamo di fronte soltanto a tattiche per superare, senza doversi vergognare, o finire bruciati, le prime tre votazioni che richiedono quorum inavvicinabili da chiunque, per poi dare il via libera alla quarta votazione a chi, fra una crostata e l’altra, fu protagonista del famigerato inciucio bicamerale. No grazie, né Prima Repubblica né inciuci; noi voteremo sempre più convinti per Umberto Bossi come Capo dello Stato». E subito gli fa eco Roberto Maroni che si attesta sullo stesso spartito. Quella di Umberto Bossi «non è una provocazione, è una candidatura seria» dice il capogruppo alla Camera della Lega, anche se dal vertice con Berlusconi la Lega si aspetta «una posizione unitaria della Cdl» sul nome del successore di Ciampi. «La candidatura di Bossi - dice il ministro del Welfare - è una candidatura seria, è l’unico candidato federalista che c’è sulla piazza fra i nomi che sono usciti». A chi gli chiedeva se la scelta di votare il leader leghista sia per identificare i voti del Carroccio, Maroni spiega: «Non abbiamo bisogno di questo, siamo persone serie: la nostra non è tattica, è una indicazione politica, di cui discuteremo con gli altri alleati e vedremo se sarà una candidatura che può avere il consenso di tutta la coalizione».
Dentro la Casa delle Libertà quella della Lega non è l’unica posizione «eterodossa». La Dc, con il suo segretario Gianfranco Rotondi, rompe il fronte della fermezza antidalemiana e si impegna in un attestato di stima che suona quasi come una investitura. «La candidatura di D’Alema è in sé legittima e, sinceramente, anche molto gradita a tanti parlamentari del centrodestra. Anche io stimo molto il presidente D’Alema e avrei molto piacere a votarlo: è uno statista e sarebbe l’inquilino giusto per il Quirinale. Bisogna - conclude Rotondi - continuare sul solco del confronto e della trattativa anche ad oltranza, per evitare di esporre il Parlamento a tutte le avventure nello sfinimento di decine di votazioni con finale a sorpresa».