Il legale e il giornalista

L’Espresso, nel 1993, pubblicò una lettera che l’avvocato Corso aveva spedito al direttore Claudio Rinaldi. Quest’ultimo è morto la settimana scorsa, Bovio si è suicidato ieri. Ecco un estratto della lettera e di una stagione: «Caro Direttore, la qualità di un avvocato non si misura dalla durata della custodia cautelare. Credo che la funzione primaria del legale sia quella di far rispettare la dialettica del processo. Spesso si negozia per evitare che il cliente finisca tradotto in manette davanti alle telecamere. Apparire nel Guinness dei primati per le detenzioni lampo non costituisce per me motivo di vanto, anzi, mi convince della patologia di questo momento della nostra storia. La mia coscienza professionale non è serena. Debbo cercare giustificazioni, ripetermi che ho resistito ai limiti del possibile perché conviene adeguarsi alla regola “o confessi o finisci nel tritacarne”. Ma non sento di assolvere il mio ruolo. Sentirmi dire che sono un bravo avvocato mi fa sorridere amaramente. Perry Mason non è famoso perché pilota le confessioni o patteggia le pene. Oggi sono vincenti l’inquisizione, il pentitismo, lo Stato di Polizia con le sue manette e le sue galere. E se alla fine anch’io contribuisco a questo, non lodarmi».