Dalla legge 40 all’esproprio tocca ai giudici violare le norme

Ho sempre creduto che i tribunali, nei loro vari livelli di pronunciamento, avessero il compito di far rispettare la legge. Oggi comincio a nutrire qualche dubbio. Stando ad alcune recenti sentenze, essi sembrano privilegiare strategie culturali e, forse, anche ideologiche. Una sorta di piede di porco per far passare nei fatti, ciò che la legge ancora non consente.
Parto dal caso più banale. Una recente sentenza della Cassazione ha stabilito che nei rapporti coniugali o paraconiugali «l’amplesso non è un diritto». Ci avessero detto che il rapporto non può essere preteso con violenza, la cosa ci stava tutta. Da che mondo è mondo certe cose si fanno in due e, soprattutto, d’accordo. La precisazione, detta in questi termini, ci porta invece sulla frontiera del paradosso, perché se pretendere un rapporto sessuale non è un diritto, vuol dire che esiste un diritto speculare a negarlo. Il principio va ben oltre il caso di violenza carnale, già regolamentato dal codice. D’ora in poi, in realtà, obbligare il partner ad andare in bianco potrebbe incontrare la tutela del giudice. Penso allora a matrimoni combinati da stranieri per regolarizzare la propria posizione di soggiorno, o a coppie di facciata, messe insieme per i più diversi motivi. Sarà ancora possibile arrivare a dichiarazioni di colpa del coniuge che volesse sottrarsi alla consumazione del patto? Un tempo, un matrimonio «rato e non consumato» finiva in una sentenza di nullità, per lo Stato e per la Chiesa. Stando alle precisazioni della Cassazione, resto in attesa di chiarimenti.
Dalla coppia ai figli. Dalla Sardegna arriva notizia che il Tribunale civile di Cagliari autorizza la diagnosi su un embrione congelato prima dell’impianto. Si può essere d’accordo o meno in termini etici, ma la legge 40 parla chiaro. Si può ricorrere alla fecondazione assistita solo quando sia stata accertata l’impossibilità per la coppia di rimuovere le cause che impediscono la procreazione, mentre all’articolo 13 si vieta «ogni forma di selezione degli embrioni a scopo eugenetico». Non so se la coppia in oggetto avesse problemi di fecondità, tali da giustificare la fecondazione assistita. Se così non fosse, ci troveremmo davanti ad una prima violazione della legge. Ma di sicuro la richiesta di diagnosi embrionale è palesemente vietata. E allora che giustizia è quella di un tribunale che si permette di violare la legge? E quale fiducia può avere il cittadino che si rivolge ad un giudice, sapendo che l’esito della sue aspettative dipende dall’interpretazione libera e arbitraria che egli ne vorrà dare? Oltretutto basterà fare la mappatura dei tribunali di manica larga per aprire la strada ad altre violazioni, quali il divieto di praticare l’eutanasia o di fare sperimentazione selvaggia in ambito bioetico. Quando i tribunali si allineano con il politicamente corretto, il pericolo è che la magistratura si accrediti quale fiancheggiatrice di certa politica. Un rischio che esigerebbe da parte del Guardasigilli la stessa attenzione che riserva ai giudici che indagano sulle vicende dei politici. De Magistris e Forleo valgano per tutti.
Tengo per ultima la sentenza della Cassazione che ha annullato la condanna ad una donna che aveva occupato abusivamente una casa popolare, perché spinta da una situazione di reale e grave indigenza. Insomma, la legittimazione dell’esproprio proletario, sia pure per scopi umanitari. Rivedo mentalmente la sequenza dei tanti poveracci che da anni hanno presentato domanda per ottenere due locali e vivono in stato di indigenza. Capisco che da oggi, oltre ad essere poveri, sono anche dei fessi. Fessi perché hanno scelto la via della legalità, rispettando priorità e iter burocratico.
Ma, anche qui per paradosso, penso ai tanti disperati pronti ad occupare spazi pubblici, magari le stanze di qualche comune o le aule di qualche scuola, o i perimetri rassicuranti di qualche cattedrale. E perché no? Se il diritto ad un tetto è un diritto a qualsiasi costo, tanto vale andare in cerca del giudice giusto.
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