Legge Biagi, quando a sfilare è l’ipocrisia

Stefania Craxi*

«Guarda Romano che quelli che sfilavano per le vie della capitale sono le guardie del corpo del tuo governo». Il segretario di Rifondazione non poteva trovare un’espressione più felice per rassicurare il presidente del Consiglio sui sentimenti che animavano il corteo di precari, no global e marciatori di professione che lui capitanava. Una guardia rossa per Prodi come, a suo tempo, per il presidente Mao. Le guardie rosse sfilavano agitando il «libretto rosso» con i pensieri di Mao; se l’onorevole Giordano avesse messo in mano a ciascuno dei manifestanti una copia della Finanziaria anti borghese di Padoa-Schioppa, la similitudine sarebbe stata perfetta.
L’onorevole Giordano deve essere rimasto alla favola agiografica del dittatore cinese perché altrimenti avrebbe evitato di offrire il fianco ad un paragone disdicevole. Gli consiglio di leggere Mao una storia sconosciuta della scrittrice cinese Jung Chang, anch’essa in gioventù Guardia rossa. Mao Zedong fu un despota sanguinario degno di Hitler, Stalin, Pol Pot, e degli altri che hanno fatto strage e genocidio. Le Guardie rosse sono i protagonisti dell’avvio della Rivoluzione culturale scatenata da Mao per far fuori il capo del governo Li Yuan-Hong e Deng Xiaoping che avevano conquistato forti posizioni nel partito. La rivoluzione culturale è costata alla Cina 60 milioni di morti, sei anni di interruzione di ogni tipo di insegnamento, la distruzione di tutte le biblioteche pubbliche e private, la proibizione di possedere libri. Un bel viatico per i marciatori contro la legge Biagi, anch’essa condannata al rogo senza possibilità di discussione. La storia che la legge Biagi abbia incentivato il precariato e danneggiato il lavoro è una menzogna inventata nel 2005 dalla sinistra per procurarsi un argomento da opporre agli indubbi successi conseguiti dal governo Berlusconi in tema di occupazione (un milione e mezzo di occupati in più nel quinquennio, con la disoccupazione al minimo storico del 7,1 per cento).
Ad avallare la menzogna si sono adoperati Prodi, D’Alema, Fassino, Bersani, Treu, Bertinotti, insomma l’intero stato maggiore della sinistra. Ed era ed è una bugia lunga quanto il naso di Pinocchio perché la legge Biagi non solo ha incrementato il lavoro ma ha ridotto la precarietà scardinando i generici contratti di collaborazione, che spesso nascondevano un lavoro subordinato, introducendo per questi contratti l’obbligo di una prestazione di tipo indipendente, l’innalzamento della contribuzione dal 14 al 18 per cento, varie tutele relative alla malattia e alla maternità, e rafforzando la capacità dei servizi ispettivi per verificare il rispetto della nuova disciplina.
Prima del «libro bianco» di Biagi e della relativa legge, l’Italia era considerata il peggior mercato del lavoro in Europa. Tutta la legge Biagi è dedicata all’emersione del lavoro sommerso che è la peggiore condizione per un lavoratore. La qualità del lavoro è enormemente migliorata con la Borsa del Lavoro, la riqualificazione dei centri pubblici per l’impiego, l'aumento degli intermediari privati gratuiti per il lavoratore.
Tutte le statistiche confermano i benefici della legge che porta il nome del giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse. Negli ultimi cinque anni la percentuale del lavoro a termine è andata collocandosi sul 10 per cento dal 10/12 consueto, con il 50 per cento che vede poi il suo contratto trasformato a tempo indeterminato. Inoltre le statistiche hanno dimostrato che le assunzioni a tempo indeterminato sono addirittura in aumento e sovrastano di gran lunga le chiamate a tempo determinato.
Col lavoro precario la legge Biagi non c’entra niente - ha scritto il professor Pietro Ichino - il fenomeno risale ad altre stagioni e ad altre politiche del lavoro.
Insomma, degli argomenti della sinistra non sta in piedi niente. Statistiche ed esperti gli danno torto. Ma la faziosità è tale che non osano nemmeno chiamare la legge Biagi col nome del suo autore martire. La chiamano legge 30: per non vergognarsi.
Parlamentare di Forza Italia