Legge Biagi, la sinistra rende precario Fassino

Roberto Scafuri

da Roma

Flessibili sulla flessibilità. È la nuova linea introdotta da Piero Fassino, sulla scorta di quanto già sostenuto in passato da Francesco Rutelli e Clemente Mastella. Non cancellare la legge 30, bensì «migliorarla». E invece, «precariare stanca» è lo slogan che la sinistra ds ha lanciato da qualche settimana, e che campeggia sui manifesti (pubblicati anche dall’Unità), nei quali si vede un lavoratore stremato, anzi letteralmente steso al suolo da ciò che il sociologo Bauman ha definito «vite di scarto» e che in Italia la sinistra identifica comunemente con le tipologie di lavoro a tempo introdotte dalla «legge Biagi».
Non tutti vedono il provvedimento con la stessa rigidità, tanto che è lecito chiedersi ormai quale sia la posizione dell’Unione a riguardo. Più che flessibile, il segretario ds, Piero Fassino, si è piegato come un giunco: nessuna cancellazione della legge 30, «se vinciamo la miglioreremo con l’introduzione di ammortizzatori sociali che ora non ci sono». Una linea che nella Quercia si scontra con il muro di contenimento della sinistra. Fabio Mussi, coordinatore dell’ex Correntone, spiega che «non si può accettare come ineluttabile il fatto che milioni di persone facciano un lavoro che li costringe a una vita precaria». Secondo Mussi, «la legge 30 sul lavoro è un’aberrazione e va superata. Solo una parte della flessibilità - quella dovuta alla evoluzione rapida della tecnica e dei sistemi - è un dato strutturale oggettivo. Il resto dipende dai rapporti di forza sociali e politici, nazionali e mondiali. Questi, la sinistra deve porsi l’obbiettivo di modificarli...». A tal proposito, la sinistra ds ha già annunciato una proposta di legge tesa a rendere «più caro, almeno dell’uno per cento, il costo del lavoro interinale, in modo da scoraggiarne il ricorso». Tecnologia e cambiamenti rapidi comportano la presenza anche di una certa dose di lavoro a tempo determinato - ammette Mussi -, «ma bisogna definire esattamente i casi in cui è lecito usare queste forme di lavoro».
La parola finale spetterebbe al leader Prodi, cui si appella pubblicamente un’altra esponente del Correntone ds, Gloria Buffo. «Al leader e all’Unione tutta - dice la Buffo - chiediamo di dire con chiarezza che la legge 30 deve essere cancellata. Non si va da nessuna parte se non si afferma chiaramente che la lotta alla precarietà sarà uno dei tratti fondamentali del prossimo governo e che cancelleremo anche gli effetti del “pacchetto Treu”». La cattiva coscienza dell’Ulivo si riflette proprio in quel provvedimento che aprì la strada alle «aberrazioni della Biagi». La Buffo mette senza indugio il dito nella piaga: «Da Treu aspetto di sapere quali sono i “gioielli” della legge 30 cui non vuol rinunciare. Faremo una battaglia contro chi dice che la flessibilità è inevitabile purché non diventi precarietà. È un argomento che non ha sostanza».
Secondo la sinistra dell’Unione, non c’è soluzione di continuità tra le due cose e la flessibilità del mercato del lavoro ineluttabilmente comporta la precarietà delle condizioni dei lavoratori. È una riflessione ribadita più volte dal segretario rifondatore Bertinotti. Altro che miglioramento, Bertinotti sostiene che occorre anzitutto cancellare il provvedimento. Prodi, invece, si è sempre tenuto sulle generiche. Interpellato qualche tempo fa in tv, a Porta a Porta, ha evaso il tema parlando di norme per rendere «meno conveniente» alle aziende il ricorso alla «Biagi».
Un passettino più in là ha compiuto invece Fassino, pronto a dichiarare di «non essere spaventato dalle misure introdotte dalla legge 30, anche se non ha introdotto gli ammortizzatori pensati da Marco Biagi». Franco Giordano, capogruppo di Rifondazione alla Camera, ribadisce invece come l’obbiettivo fondamentale resti la cancellazione della legge. «La questione - ricorda al Giornale - va discussa con i lavoratori, con tutti coloro che subiscono le 48 tipologie contrattuali introdotte dalla legge Biagi. Negazione di qualsiasi stabilità lavorativa... Anzi, un vero ritorno al medioevo». Prodi non ha ancora sciolto il nodo e l’Unione, ancora una volta, si mostra davvero flessibile. Fino al punto di rottura.