Legge elettorale, Calderoli riapre il tavolo con i piccoli

da Roma

Passeggia per il Transatlantico Roberto Calderoli. E tra una chiacchiera con Mauro Fabris, due passi con Clemente Mastella e un conciliabolo con Dario Franceschini, ripete più d’una volta ai cronisti che «il referendum sulla riforma elettorale non è all’ordine del giorno». In verità, il colonnello della Lega sa bene che se entro giugno il Parlamento non mette in piedi una proposta condivisa, la via referendaria si fa sempre più in discesa. Eventualità che non dispiacerebbe affatto a Ds, Margherita e An, ma che dopo la formalizzazione della rottura con l’Udc pare torni a suscitare un certo interesse anche in Silvio Berlusconi. Perché - ragionava il Cavaliere nelle ore successive al voto del Senato sull’Afghanistan - potrebbe essere la soluzione «per chiudere la partita con Casini» e allo stesso tempo «mettere in crisi il governo Prodi».
Calderoli questo lo sa bene. E non è un caso che nelle ultime ore abbia ripreso a lavorare quasi a tempo pieno sulla legge elettorale. Tema di cui si è discusso lunedì mattina durante l’incontro ad Arcore tra Berlusconi e Bossi, con tanto di placet dell’ex premier affinché il vicepresidente del Senato si faccia carico della questione («sei tu l’esperto...»). Così, martedì mattina Calderoli ha convocato una riunione a Palazzo Madama cui hanno preso parte Udeur (Fabris), Pdci (Dino Tibaldi), Italia dei valori, Verdi, Azione sociale (Alessandra Mussolini) e Nuova Dc (Mauro Cutrufo). Con tanto di presenza in qualità di osservatore di Enzo Bianco, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato (che già martedì potrebbe ascoltare il ministro delle Riforme Vannino Chiti che dovrebbe poi riferire anche alla Camera). Riunione nella quale Calderoli non ha fatto mistero della necessità di trovare «una soluzione condivisa in tempi rapidi». Al più tardi, «entro giugno». Primo obiettivo dei convenuti, infatti, è «disinnescare il referendum» che di fatto stravolgerebbe l’attuale legge elettorale in senso bipolare favorendo la nascita del Partito democratico da una parte e del Partito delle libertà dall’altra.
Il modello illustrato dal colonnello leghista è quello delle regionali, ovviamente con i ritocchi del caso. Insomma, sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza (di 60 deputati), eventuale riduzione delle circoscrizioni elettorali e sbarramento tra il 3 e il 4 per cento. Punto sul quale il Pdci ha sollevato obiezioni facendo presente la necessità di scendere fino al 2. Una proposta, ha assicurato Calderoli, «su cui si troverebbe un accordo anche con Forza Italia e An».
E di questo ha parlato ieri in Transatlantico. Prima a quattr’occhi con Franceschini, capogruppo dell’Ulivo alla Camera. Che pare sia stato però un po’ freddo, convinto che prima di aprire un tavolo con l’opposizione la maggioranza debba trovare una linea d’azione comune. Peraltro, il vertice dell’Ulivo con Romano Prodi in programma per oggi è saltato per i funerali di Beniamino Andreatta e un eventuale confronto sulla questione è quindi rimandato a data da destinarsi. Poi la chiacchierata con Fabris, capogruppo dell’Udeur alla Camera, e infine con Mastella, con tanto di passeggiata a braccetto. Con la comune convinzione che sia necessario «trovare una via d’uscita al referendum il più presto possibile».