Legge elettorale, il Carroccio apre Bossi: Berlusconi faccia chiarezza

Il via al dialogo con l’incontro in via Bellerio tra De Castro e il Senatùr

Roma - La diplomazia di Romano Prodi è al lavoro da giorni, al punto che venerdì scorso Paolo De Castro, ministro delle Politiche agricole nonché fedelissimo del Professore, si è presentato a via Bellerio per un faccia a faccia con Umberto Bossi. C’erano il presidente del Carroccio Angelo Alessandri e il segretario della Lega Lombarda Giancarlo Giorgetti, ufficialmente per discutere dei problemi degli allevatori (tre le questioni sul tavolo: quote latte, nitrati e etichettature), in verità anche per avere un primo contatto diretto con il Senatùr e capire fino a che punto la Lega è disponibile a giocare la partita sulle riforme. E De Castro deve aver trovato un Bossi abbastanza disponibile se ieri mattina, prima dell’incontro con Roberto Maroni e Roberto Calderoli, Prodi ha alzato il telefono e chiamato Bossi. Un modo per certificare che i due colonnelli leghisti si sarebbero presentati a Palazzo Chigi in nome e per conto del capo e per legittimare al più alto livello la trattativa. D’altra parte, fa notare uno dei dirigenti del Carroccio più vicini al Senatùr, «se Umberto non avesse voluto parlargli, semplicemente non si sarebbe fatto trovare come fa sempre in questi casi».

La disponibilità mostrata dalla Lega al termine dell’incontro con Prodi, dunque, assume un peso tutto diverso. Anche perché sia Maroni che Calderoli - considerato da sempre più scettico nei confronti della trattativa - non sembrano lasciare troppo spazio a dubbi. «Siamo ottimisti - spiega il capogruppo alla Camera - perché abbiamo riscontrato un clima favorevole. Con tutte le cautele del caso, da parte nostra ci sono le condizioni per fare una cosa utile e interessante, per lavorare assieme. Se poi gli altri faranno altro e si va a referendum, allora ognuno andrà per se». Si spinge più in là Calderoli, secondo il quale «se c’è la volontà di mettere mano alla Costituzione e realizzare il Senato federale, è ipotizzabile una legge elettorale conseguente, come il modello tedesco o spagnolo, con interventi che richiederebbero un paio d’anni». E sul punto, la Lega avrebbe dato la sua disponibilità a Prodi. Cosa non di poco conto se, come dice Maroni, «l’orientamento del governo è di una legge elettorale insieme alle riforme» mentre «solo un cambio di legge elettorale non è nell’agenda» del premier. Il Carroccio, dunque, pare disponibile a giocare la partita fino in fondo, anche se questo potrebbe significare «blindare» Prodi fino al 2009. È chiaro, infatti, che se si dovesse trovare un accordo politico sulle riforme, il governo avrebbe davanti giorni molto più tranquilli al Senato. Una strategia, quella della Lega, dettata dall’esigenza di evitare un referendum che, dovesse passare, porterebbe il Carroccio sull’orlo del baratro. Ed è anche per questo che Bossi («sono in attesa attenta», l’unica battuta a microfoni aperti che si lascia scappare) decide di mettere il suo timbro sulla trattativa. Perché da giorni il Senatùr lamenta che «sulla questione Berlusconi continua a traccheggiare». Se davvero volesse stoppare il referendum - è il ragionamento che ha fatto con i colonnelli - «ci metterebbe cinque minuti a trovare un’intesa». Il retropensiero del leader della Lega, dunque, è che in realtà il Cavaliere possa essere attirato dall’ipotesi referendaria che, fatto non incidentale, va proprio nella direzione del tanto agognato partito unico.

Così, dall’incontro con De Castro fino alla telefonata con Prodi, Bossi è deciso a fare di tutto per fare «uscire allo scoperto» Berlusconi. Che da parte sua, dice Paolo Bonaiuti, rimane deciso a non partecipare in prima persona alle consultazioni di Prodi. Con i suoi, però, il Cavaliere non nasconde le perplessità sulle aperture della Lega al premier: «Non hanno i numeri per fare nulla, figurati il Senato federale. Umberto si sta facendo fregare».