Legge elettorale: D’Alema prova a salvare la proposta Amato

L’«Unità» boccia il progetto sulla riforma; Latorre, uomo di fiducia del ministro degli Esteri, la sostiene: «Buona idea»

da Roma

La riforma elettorale? «Ne parleremo a Caserta», si sottrae il prudente vicepremier, Francesco Rutelli. Come dargli torto? Gli unici dati realistici sul tappeto, al momento, sono le «crepe» nella maggioranza, che giovano all’umore del leader della Cdl, Silvio Berlusconi, e il fatto che presto partirà la raccolta di firme per l’ennesimo referendum in materia elettorale. Per capire a che punto siamo, basti considerare che il vero dibattito non riguarda neppure i sistemi di voto, bensì lo strumento per definire i nuovi strumenti di voto. Ovvero la «Convenzione» proposta da Giuliano Amato, un vecchio cavallo di battaglia del ministro dell’Interno. Ma anche una sconsiderata «invasione di campo», secondo ambienti vicini alla Presidenza del Consiglio, che ha messo in serio imbarazzo il ministro preposto (Vannino Chiti) e che rischia di mettere in serissima difficoltà lo stesso Romano Prodi. Anche perché il punto cardine di ogni serio progetto di riforma elettorale è che, se attuato nei primi anni di una legislatura, ne determini automaticamente la morte. «Inconveniente» contro il quale qualsiasi premier farebbe scongiuri e sortilegi.
Prodi ha fatto anche qualcosa di più, sconfessando apertamente la proposta di Amato (che d’altronde non l’aveva neppure reso partecipe dell’iniziativa). E smentendo - tramite portavoce - le illazioni a proposito di condizioni poste al lavoro del ministro Chiti. «Qualsiasi proposta di riforma deve mantenere - secondo la vulgata attribuita a Prodi - la possibilità delle coalizioni, l’indicazione diretta del premier, il premio di maggioranza». Come ha argomentato l’astuto professor Giovanni Sartori, il fatto che Chiti si starebbe orientando verso il Tatarellum, però, «sembra indicare un perfetto allineamento con le istruzioni smentite». Senza contare un articolo pubblicato ieri dall’Unità, dal titolo inequivocabile: «La mossa falsa del dottor Sottile». Il pericoloso corto circuito del governo - tra diesse, dielle, prodiani, cespugli - viene dimostrato anche dal fatto che il più dalemiano dei dalemiani, il senatore Nicola Latorre, sia accorso in aiuto di Amato, ritenendo la sua proposta «una buona idea» che «sarebbe sbagliato lasciar cadere». Il problema, avverte Latorre lanciando segnali ai partiti maggiori della Cdl, è quello di aprire «una discussione priva di senso». Più prudente il segretario ds Piero Fassino, che declassa la proposta Amato a «contributo positivo» e vuole evitare «guerre di religione sullo strumento». Chiti finisca la sua esplorazione, propone Fassino, poi maggioranza e opposizione si siedano a un tavolo per discutere «in che tempi e modi procedere».
Ci sono le condizioni per arrivare alla Convenzione? In settimana Forza Italia incontrerà i comitati per il referendum e (giovedì) il ministro Chiti per «verificare se esistono anzitutto le condizioni per un accordo ampio sulla base dell’ipotesi di correggere e migliorare la legge elettorale», recita un comunicato del coordinatore Sandro Bondi. Nella nota c’è una timida apertura alla proposta di riforma del politologo Roberto D’Alimonte, nonostante essa preveda l’eliminazione delle candidature plurime. Ma se resta sul tavolo la disponibilità di An e l’entusiastica adesione del dc Gianfranco Rotondi, la Lega è fredda e il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, contrariato. Perché «la Convenzione si presta a usi strumentali» e «la strada maestra è il confronto aperto in Parlamento».
Gli «usi strumentali» della Convenzione - che il ministro Chiti non ha avuto timore di paragonare al «patto per la crostata» della Bicamerale di D’Alema - sono denunciati più esplicitamente dagli alleati minori dell’Unione. Il comunista Marco Rizzo chiede a Prodi di «non ascoltare il canto della sirene» e di opporsi agli «inciuci con il centrodestra». Stessa preoccupazione nutrono i Verdi, che con il capogruppo Angelo Bonelli «respingono con forza i tentativi di accordi trasversali tra l’Ulivo e Forza Italia». E i rifondatori, come dice il capo dei senatori, Giovanni Russo Spena, hanno l’impressione che al summit di Caserta «l’ala moderata punti a una forzatura, sia sul piano del programma di governo che su quello della legge elettorale». Ma se forzatura ci sarà, è difficile che riguardi Amato. E la sua controversa Convenzione.