Legge elettorale, via al dialogo Chiti: accordo in tempi brevi

Prodi incarica il ministro diessino di contattatare la Cdl. Obiettivo: chiudere a gennaio quando la Consulta deciderà sul referendum. E il governo guarda oltre: &quot;Altre riforme&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=204008">Il patto di Gemonio spiazza l'Udc</a></strong>

Roma - Una serie di contatti informali già nei prossimi giorni per mettere a punto la bozza, con l’intento di arrivare nelle sedi proprie, quindi in Parlamento, a un testo condiviso entro gennaio. A un giorno dall’intesa di Gemonio tra Silvio Berlusconi, Umberto Bossi e Gianfranco Fini, si delinea un percorso per arrivare a una nuova legge elettorale. I tempi serrati sono dettati dal pronunciamento della Corte costituzionale sul referendum che arriverà, appunto, in gennaio. Se il quesito dovesse passare, la parola passerà direttamente agli elettori.

Ieri il presidente del Consiglio Romano Prodi ha confermato a Vannino Chiti il mandato a sondare le forze politiche. Non c’è un’agenda rigida. Chiti ha ribadito l’intenzione di superare le liste bloccate, che fanno parte della legge attualmente in vigore e anche di diverse ipotesi di riforma. E ha annunciato che la base di partenza sarà «un proporzionale con sbarramento e premio di maggioranza». Un sistema non incompatibile con la cornice delineata dai leader di Forza Italia, Lega e Alleanza nazionale, che prevede lo sbarramento e la conferma del bipolarismo attraverso l’indicazione del premier e delle alleanze. Ma compatibile anche con le esigenze dell’Udc che sta trattando autonomamente. L’intenzione del governo è quella di non escludere nessuno, tanto che ieri sera Palazzo Chigi ha precisato che Chiti avrà contatti con tutti, compreso il partito di Pier Ferdinando Casini che non ha partecipato all’intesa di Gemonio.

Confermata l’intenzione di concludere in tempi brevi: «La legge elettorale - ha spiegato Chiti - si può fare più velocemente perché è una legge ordinaria, ma poi - ha precisato l’esponente toscano dei Ds uscendo da Palazzo Chigi al termine dell’incontro con Prodi - si può ragionare anche di riforme istituzionali che nell’arco di un anno e mezzo-due possono essere completate». Un modo per dire che il govero non si dimetterà nemmeno se dovesse cambiare sistema elettorale.

È il sospetto che il centrodestra non abbia rinunciato alla spallata è un po’ il leit motiv delle valutazioni di parte della maggioranza. Si va dal centrosinistra «costretto» a fidarsi (parole di Enrico Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e candidato alla segreteria del Pd), al pessimismo della presidente dei senatori ulivisti Anna Finocchiaro e del capogruppo alla Camera Dario Franceschini.
Esplicito Franco Monaco, deputato dell’Ulivo vicino al ministro Arturo Parisi e al premier che pone come precondizione per il dialogo, proprio la rinuncia a forzature per ottenere elezioni subito. Lo stesso Parisi auspica un «accordo alto con la Cdl», ma poi indica come proposta il sistema francese, sul quale è impossibile un’intesa.

Decisamente positivo il giudizio sull’accordo nella Cdl del presidente del Senato Franco Marini: una «buona notizia», anche perché le reazioni del centrosinistra sono state «se non proprio di apprezzamento, di disponibilità». Ottimismo anche nella Cdl. Per Giulio Tremonti «se la sinistra accetta è arrivato il momento di fare la riforma». Il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi auspica che non si torni alle preferenze, mentre Ignazio La Russa di An spiega che uno dei principali problemi è il premio di maggioranza regionale.
Resta il nodo della sinistra radicale, la cui rappresentanza sarebbe annientata da una legge pro-stabilità. L’idea dello sbarramento è stata di fatto accettata dal Prc, mentre rimangono problemi con Pdci e Verdi. Tutti, comunque, rimangono convinti che sia meglio giocare la partita della riforma piuttosto che subire il referendum.