Legge elettorale la doppia partita dell’opposizione

Paolo Armaroli

Della riforma elettorale, che l’assemblea di Palazzo Madama dovrebbe approvare in via definitiva mercoledì prossimo, si sono perse le tracce. La colpa non è dei mezzi di comunicazione di massa: giornali, radio, televisioni. E tanto meno del solito destino cinico e baro, immancabilmente invocato da chi vuole scaricarsi la coscienza. Nossignori. Incredibile a dirsi, la colpa ricade sul gobbo di una opposizione che ancora una volta, incapace di valide alternative, si è abbandonata all’ostruzionismo. Intendiamoci, questa è un’arma pienamente legittima perché si muove nel perimetro dei regolamenti parlamentari. Ma, per essere davvero vincente, l’ostruzionismo non può avere solo lo scopo di ritardare l'approvazione di un provvedimento. Deve convincere l’opinione pubblica. E qui, con rispetto parlando, casca l’asino.
L’opposizione di centrosinistra si è lamentata del fatto che la riforma elettorale è approdata in aula nonostante la commissione Affari costituzionali non avesse concluso la relativa istruttoria. Già, ma perché è avvenuto tutto questo? Per il semplice motivo che l'opposizione ha presentato un’infinità di emendamenti che avrebbero impegnato la commissione per chissà quanto tempo. Emendamenti, si badi, che spesso fanno a pugni l’uno con l’altro. Non a caso i vari Angius, Boco e Bordon da un lato hanno sostenuto che la riforma elettorale è stata voluta dalla Casa delle libertà per tentare di mitigare la probabile sconfitta alle prossime elezioni politiche e di determinare condizioni di ingovernabilità nella prossima legislatura. E dall’altro i loro compagni di strada hanno stigmatizzato il fatto che il premio di maggioranza se lo potrebbe aggiudicare una coalizione di poco superiore al 20 per cento. Insomma, c’è chi ha affermato che il suddetto premio è troppo piccolo e chi al contrario ha sostenuto che può essere stratosferico.
Dopo di che il copione è stato quello di sempre. L’opposizione ha presentato pregiudiziali, sospensive, richieste di non passaggio all’esame degli articoli, regolarmente respinte. E ha stigmatizzato che i tempi siano stati contingentati. Ma è il caso di dire che chi è causa del suo male pianga se stesso. L’opposizione ha difatti presentato in aula poco meno di cinquemila emendamenti. Con il risultato che la Conferenza dei capigruppo ha destinato all’esame del provvedimento nel complesso 44 ore e 30 minuti, delle quali - udite, udite - ben 35 ore per le operazioni di voto. Insomma, è stata la stessa opposizione a condannarsi al silenzio o quasi. Perché si è ritagliata solo poche ore per esporre le proprie ragioni, giuste o sbagliate che siano, e ha invece impiegato il restante tempo a richiedere votazioni con procedimento elettronico e verifiche del numero legale a raffica. Se ne vuole la riprova? Eccola. Nella discussione generale, per l'opposizione è intervenuto unicamente il presidente dei senatori diessini Gavino Angius. Mentre i rimanenti iscritti a parlare hanno rinunciato a intervenire.
La maggior parte delle sedute successive è stata quasi interamente dedicata alle votazioni. Così il tempo è volato senza permettere all’opinione pubblica di farsi una concreta idea della posta in gioco. Certo, l’opposizione ha battuto su tutta una serie di temi: dalle quote rosa, alla cui bocciatura ha contribuito alla Camera, al premio su scala regionale al Senato, sorvolando sulla circostanza che è stato suggerito dal Quirinale. Ma lo ha fatto a spizzichi e bocconi. Avrebbe dovuto invece presentare pochi emendamenti ma mirati. Se non lo ha fatto è perché le sue componenti hanno preferito procedere in ordine sparso sparando nel mucchio.
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