Legge elettorale, i veti incrociati spianano la strada al referendum

I piccoli dell’Unione contano di affondare la proposta sponsorizzata dal Pd. Ma c’è chi prevede che si andrà al voto, ipotesi gradita a Veltroni e al Cavaliere

da Roma

Cantano vittoria i cespugli del centrosinistra che minacciando il blocco della finanziaria hanno ottenuto da Prodi e da Veltroni uno specifico «vertice sulla legge elettorale» per il 10 di gennaio: però il primo voto sulla bozza Bianco, il «sistema catanese» come lo chiama ormai Mastella, è fissato il 19 dicembre al Senato. Non che sull’altro fronte si festeggi, perché la riunione dei capigruppo dell’ex Cdl per «ricercare una posizione unitaria sulla riforma elettorale» iniziata alle 5 del pomeriggio, era ancora in corso all’ora di cena con scarsi risultati. La cruda verità è che Berlusconi e Veltroni, seppur determinati ad andare avanti senza cedere, sono forti sì ma stan correndo da soli. Perfino Rotondi e Storace vomitano sul «catanese» e son gelidi col Cavaliere. Veltroni poi, ha perduto pure il cauto appoggio di Rifondazione, dopo l’ultima «precisazione» del suo interlocutore. È noto che su questo tema i due leader si muovono in perfetta sintonia, ogni dichiarazione è concordata sotto la regìa di Letta (quello vero), nulla è improvvisato. La domanda dunque, è: riusciranno Silvio e Walter a raggiungere il traguardo contro tutti?
La risposta è sì, dice un autorevole ministro non amico dell’uno né dell’altro. Nel senso che «la riforma elettorale non si farà e si andrà al referendum». Il cui esito «soddisfa tanto Berlusconi quanto Veltroni molto più di un sistema tedesco per quanto corretto».
Se le cose stanno così, si comprende perché nel pomeriggio Berlusconi sia andato in tv dalla Brambilla a tracciar confini da fare infuriare ogni altro: «Nella nuova legge elettorale devono esserci: un solo turno, una sola scheda e un solo segno, ripartizione proporzionale tra eletti e elettori e sbarramento dignitoso che sgombri il campo da qualsiasi marchingegno». Il primo paletto è un altolà a Fini che al mattino, in un dibattito con Veltroni, aveva provato a riesumare il doppio turno francese. Il secondo, scheda unica con voto unico, è una porta sbattuta in faccia al Prc e a tutti i partiti di media forza, (An, Udc, Lega, Cose rosse e bianche) che speravano nel voto disgiunto - quello alla lista separato dal voto al candidato nel collegio - per superare lo sbarramento del 5% nazionale e del 7% in 5 circoscrizioni su 32.
La tempesta s’addensa ancora sul capo di Bianco, presidente della prima commissione, che per il voto del 19 deve decidere se sottoporre l’ipotesi A della doppia scheda o quella B del voto unico. Ma il guazzabuglio si complica vieppiù perché quando infine s’è concluso il vertice del centrodestra, s’è scoperto che Schifani ha dovuto cedere per far cantare a Rotondi che «tutta la Cdl respinge i collegi uninominali», nonostante sul resto «naturalmente ognuno ha la sua opinione». Facile immaginare che Schifani sarà richiamato all’ordine, perché senza collegi uninominali e col solo voto di lista il «modello catanese» è più inutile del «tedesco» puro.
E che dire di Udeur, Pdci, Sd, Verdi e Sdi che ieri han fatto melina sulla finanziaria per ottenere un vertice di maggioranza contro l’«inciucio che vuol cancellare i partiti» (Angius) e per fermare «Veltroni che vuole la crisi di governo» (Buemi)? Potevano rifiutare il voto al bilancio, ma non l’hanno fatto, ottenendo ugualmente il vertice. Dopo l’Epifania però, e pochi giorni prima che la Consulta accenda il verde per il referendum.