La legge elettorale? L’unica cosa che conta per la sinistra

Caro Granzotto, ho assistito ormai ad innumerevoli trasmissioni televisive alle quali partecipano anche giornalisti ed esponenti politici di centro-destra, che mai però, almeno finora, riescono a beccare in castagna i loro avversari autori di clamorosi autogol: invitati a parlare e dibattere su un determinato argomento, i politici di centro-sinistra dopo un po’ iniziano chi a ironizzare, chi a inveire contro gli altri ospiti e contro il conduttore di turno perché le priorità degli italiani non sono la giustizia, il caso-casa-Fini a Montecarlo, la libertà di stampa anche per quei segugi del Giornale, ma bensì il lavoro, meno tasse per le imprese (proprio loro, poi, gli amici di Bersani e Visco), sanità e vari bla-bla-bla. Dopodiché, alla fine della giostra, quegli stessi esponenti di centro-sinistra, che cosa invocano, cari italiani miei belli? Un bel governone dove si ritrovino insieme tutti quelli che vogliono approvare una nuova legge elettorale, ma attenzione, un governone che non duri più di 4-5 mesi. Ad un certo punto mi chiedo: ma sogno o son desto? Quindi, tutte quelle emergenze di cui hanno blaterato fino a pochi momenti prima, sono cancellate dal «contrordine, compagni, abbiamo scherzato, la vera emergenza nazionale è la riforma elettorale che ci riporti al potere» e gli italiani fino a primavera mangiano pane e cavilli elettorali? E nessuno nel centro-destra è capace di inchiodarli alle loro contraddizioni?
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Ma come, caro Maddaloni, lei si sorprende per la doppiezza, per l’ipocrisia dei «sinceri democratici»? Ma ormai è evidente che a loro interessa solo una cosa, abbattere Berlusconi, impippandosene alla grande del resto, che è poi il bene del Paese. È così, è come dice lei: sfrondate le dichiarazioni di rito (lavoro, sanità, cultura - oh, molta, molta cultura - fonti di energia alternativa, rinnovamento, largo ai giovani eccetera), al centro del così detto dibattito politico ruota come una trottola la riforma elettorale. Il perché è evidente: non riuscendo a disfarsi del Cavaliere per via mediatica o giudiziaria, fallita la “Baia dei Porci” condotta a forza di escort, consapevoli che con la sola forza delle proprie idee non va da nessuna parte, nel senso che Berlusconi resta al suo posto, la sinistra ripone ora le sue speranze in una legge elettorale ritenuta profittevole. Capace cioè di assicurar loro, grazie alle alchimie del proporzionale con indicazione della preferenza e la presenza dei collegi (ciò che non consente l’adesso tanto esecrato Porcellum), un ricco carniere di voti.
Siccome una legge elettorale, qualunque essa sia, favorisce solo chi vince ed è naturale che sia così, la sinistra, che soffre del complesso di inferiorità per non aver mai sfiorato, in sessantacinque anni di storia repubblica, l’en plein, è alla continua ricerca di una che premi chi perde. E questo da subito, da quando si batté come una belva contro la «legge truffa», che assicurava - siamo nel 1953 - il 65 per cento dei seggi alla lista che avesse ottenuto il 51 per cento dei voti (la «truffa» non scattò per soli 54mila voti). Bene, ora pare loro che a favorire i perdenti (facendoli vincenti) possa essere un sistema che non preveda premi di maggioranza e ripristini collegi uninominali e preferenze. Un sistema, cioè, che oggi torna buono, ma che è stato sempre esecrato dalla sinistra perché lo vedeva strumento del voto di scambio e degli intrallazzi dei gestori di “pacchetti” di voti quando non delle losche manovre della Mafia per favorire gli amici degli amici. Comunque sia, chissà perché mi sento, caro Maddaloni, che anche se dovesse cambiare la legge alle prossime elezioni la sinistra prenderà la consueta batosta. Addossandone magari la colpa al riscaldamento globale che ottenebra la mente dell’elettore. Capaci di tutto, i «sinceri democratici», pur di non ammettere che al momento della conta ci fanno sempre la figura che noi sappiamo ma che la decenza ci impedisce di specificare.