Legge elettorale, l’Unione ripiomba nel caos

da Roma

A sera, è stata resa pubblica una lettera che il titolare delle Riforme Vannino Chiti aveva indirizzato a tutti i capigruppo di maggioranza e d’opposizione, e la confusione ha raggiunto livelli stratosferici. Capirai, di buon mattino il premier aveva convocato a Palazzo Chigi i presidenti delle commissioni Affari costituzionali - Luciano Violante alla Camera ed Enzo Bianco al Senato - per discutere proprio con Chiti della riforma elettorale e di altre ipotetiche riforme costituzionali. «Il governo si fa pungolo, si pone come stimolatore», aveva spiegato il portavoce unico Silvio Sircana, assicurando che «non c’è e non ci sarà una proposta del governo» e che la nuova legge elettorale «va fatta in Parlamento, col concorso di tutti». Romano Prodi poi, s’era prodigato in un giro di telefonate dirette coi maggiori esponenti, spiegando che ora il «referente» della riforma è lui in persona, ghe pensi mì. Anna Finocchiaro, colta da entusiasmo, annunciava già che la legge elettorale «partirà dal Senato», mentre Violante ancor più entusiasta esortava i referendari a «spostare di un anno la raccolta delle firme», assicurando che mentre Palazzo Madama partorisce il nuovo marchingegno elettorale, Montecitorio può avviare l’ennesima riforma del Titolo V della Costituzione, il Senato delle Regioni, il federalismo fiscale, la sfiducia costruttiva e altre riformucce, «senza fare una nuova Bicamerale». Poi è arrivata la lettera di Chiti, in cui il ministro chiede a ognuno di pronunciarsi sul modello tedesco, e la costruzione della giornata è venuta giù in una nuvola di polvere.
Anche nell’Unione, se infine Alfonso Pecoraro Scanio non ha trovato di meglio che dare un contentino a Chiti, «vada avanti», ma avvertendo che «un testo del governo non serve». Franco Giordano poi, a scanso d’equivoci e per ritrovare una rotta, ha subito chiesto che «almeno i ministri abbandonino il comitato referendario», e non c’è dubbio che ce l’avesse con Arturo Parisi e Giovanna Melandri. Per la verità Mauro Fabris, capogruppo dell’Udeur, lo aveva già detto a mezzogiorno che non gli sembrava una cosa seria: sentendo la sfilza delle Grandi riforme vagheggiate da Violante e la nebbia che circondava il risultato della riunione a Palazzo Chigi, aveva sorriso che «sì, riformeranno anche l’orario ferroviario».
La Cdl, che a mezzogiorno si diceva perplessa, chiedeva di sapere che fine avrebbe fatto il lavoro svolto da Chiti in settimane di colloqui ecumenici, e ancor più quali idee concrete stesse maturando il premier «stimolatore», a sera è apparsa irritata. «Al mattino mi chiama Prodi per dirmi che ora è lui il nostro interlocutore, e a sera m’arriva la lettera di Chiti. A chi devo dar retta? C’è troppa confusione nell’Unione», s’è sfogato Roberto Maroni. Gianfranco Fini s’è detto «in attesa di chiarezza da Prodi», e Ignazio La Russa ha ridacchiato che «c’è un po’ di confusione». Forza Italia, nel mar dell’incertezza, s’è attestata sull’unica cosa concreta e istituzionale che c’era, cioè la lettera di Chiti, e dai due capigruppo Renato Schifani ed Elio Vito è partita una risposta ove si ribadisce «che la nostra posizione non è mutata e che siamo sempre in attesa di conoscere ed esaminare la proposte» promesse dal ministro.
Il quale ministro, nella lettera chiede se «da parte vostra siano maturati nuovi convincimenti sul modello tedesco preso nella sua compiutezza». Insomma, se Prodi «non entra nel merito», Chiti si rifugia nel sondaggio sul modello tedesco, che notoriamente scontenta metà del firmamento politico. E poiché ogni altro modello scontenta l’altra metà, i «tempi brevissimi» promessi dall’Unione appaiono già mitici.