Legge elettorale, Mastella minaccia l’Unione

Polemica dopo le dichiarazioni del leader Udeur. Di Pietro: «I ricatti
non servono». Dal centrodestra Urso applaude: «Ora sarà più facile
raccogliere le firme». Il Guardasigilli ribadisce il suo veto al
referendum: «Prima ci sarebbe
la crisi di governo». Critiche degli alleati: «Frasi inaccettabili»

Roma - «Con il referendum c’è la crisi di governo». Il ministro Mastella non ha dubbi: l’eventuale referendum sulla riforma elettorale non potrà che causare nuovi conflitti nella maggioranza e penalizzare i piccoli partiti, quale il suo. «Lo dico con chiarezza - ribadisce da Napoli, in visita al Tribunale, il Guardasigilli -: quando si andrà al referendum noi non ci saremo; e prima, per quanto mi riguarda, ci sarà la crisi di governo». Pronto a rintuzzarlo, sempre da Napoli, è il collega di governo Antonio Di Pietro, in visita al Comune, che definisce le affermazioni di Mastella «un ricatto». «Come Italia dei Valori - risponde il ministro delle Infrastrutture - crediamo sia necessaria una legge elettorale ora più che mai, crediamo che il referendum non serva a nulla, ma a differenza di altri componenti della coalizione non facciamo ricatti perché la tenuta del governo nulla ha a che vedere con la necessità della legge elettorale. È una tagliola il referendum, è una tagliola anche il ricatto».
Le affermazioni di Mastella danno il via ad una nuova ondata di polemiche dentro la maggioranza, dopo che già il premier due giorni fa aveva dichiarato di «stare lavorando alla legge di riforma con difficoltà molto forti» e attaccato i referendari «che stanno lavorando perché il referendum diventi inevitabile». «Considero molto gravi le dichiarazioni odierne del ministro Mastella», replica un altro componente della maggioranza, il referendario Daniele Capezzone, Rnp, presidente della commissione Attività produttive della Camera. «Si vuole tentare di impedire ai cittadini di pronunciarsi? Si vuole riservare la discussione alle sole segreterie dei partiti? I referendari non accetteranno né veti né diktat». E tra i referendari replica a Mastella anche Adolfo Urso, dell’esecutivo di An: «La minaccia di Mastella è in realtà un volano per il referendum. Ora sarà più facile raccogliere le firme sui quesiti referendari; dovremmo dire grazie al leader dell’Udeur che ha detto con chiarezza quello che molti nella maggioranza pensano».
Tocca al capogruppo alla Camera dell’Udeur Mauro Fabris prendere le difese di Mastella dalle accuse degli stessi alleati, e lo fa innanzitutto attaccando Capezzone «pagato per fare le leggi e non per promuovere referendum» e ricordando come lo stesso Prodi ha dichiarato «inevitabile il referendum». «Chi minaccia la stabilità del governo? Chi ricatta Prodi?», replica Fabris che, difendendo la richiesta di Mastella di una vera iniziativa parlamentare, chiede che almeno i ministri escano dal comitato referendario», con riferimento ad Arturo Parisi e Giovanna Melandri.
Anche per Giovanni Russo Spena di Rifondazione è «una contraddizione» la presenza di ministri nel comitato referendario e il referendum va evitato. Roberto Villetti, della Rnp, definisce la riforma elettorale «una vera e propria emergenza nazionale». «Le minacce» di Mastella vengono considerate «irricevibili» da Marco Filippeschi della segreteria nazionale dei Ds, che invece invoca «buone riforme». Così come Giovanni Guzzetta, il presidente del comitato referendario, per il quale quella che uscirebbe dal referendum sarebbe comunque una legge migliore dell’attuale. Di tutt’altro avviso Roberto Cota della Lega, che definisce il referendum «una bomba sporca le cui schegge finiranno dappertutto» .