La legge elettorale? Non è dietro l’angolo

Anima in pace e borsa di ghiaccio in testa, per discutere del dopo. La spallata a Prodi non c’è stata (meno male, dico io). La spallata a Berlusconi non ci sarà (meno male, dico ancora io). La discussione sulla legge elettorale, se prosegue così, sarà il giocattolo che trastullerà esperti, politici di seconda fila, furbetti del teatrino. È probabile che non ci sia nessuna legge elettorale alle viste.
Se la Corte darà il via al referendum, da quel momento si vedrà se si dovrà fare una nuova legge o se si andrà al voto. Il referendum vittorioso premierà troppo i grandi partiti ma darà struttura definitiva al sistema bipolare. Alluderà persino a un sistema bipartitico. Non è una disgrazia. Una legge elettorale pasticciata ci porterà (o ci lascerà) in un suk, con rispetto parlando. Questa legge che c’è, e che non è buona, si può correggere eliminando alcune storture al Senato e imponendo le primarie per la scelta dei candidati. Si può buttarla a mare o nella stanzetta con la sagoma del maschietto sulla porta in cui talvolta corro (è l’età!).
In ogni caso per fare una nuova e buona legge ci vogliono due condizioni. Trattativa vera e diretta fra i due schieramenti, legge utile a tutti e non a scadenza come un cartone di latte. La prima condizione, trattativa vera e diretta, vuol dire per Veltroni trattativa con Berlusconi. E viceversa. Ora è il momento.
Le parti avverse si riconoscano come risorsa distinta, e non più come minaccia. Nessuno lavori per prendere pezzi dall’altro campo. La gara è nel consenso della società. Il consenso oggi lo guadagna non chi fa il pieno degli scontenti o degli impauriti, ma chi vuole innovare profondamente. E Dini e Bordon? A chi tocca, tocca.