Legge elettorale, Prodi: no al referendum se c'è l'accordo

Il premier: una grande intesa tra i poli rende inutile la consultazione popolare. Frenano anche Fassino e Bertinotti. Il professor Guzzetta, presidente del comitato promotore: "Romano sbaglia, se qualcosa si muove è proprio grazie alla nostra pistola puntata"

Roma - No, non basta il dialogo e nemmeno l’apertura di un tavolo: se vogliamo evitare il referendum, dice Romano Prodi, serve un’intesa vera. «Non è la trattativa che può sospendere la consultazione popolare, ma è l’accordo». Sabato l’attacco di Giovanni Guzzetta, presidente del comitato promotore: «Romano sbaglia, se qualcosa si muove è proprio grazie alla nostra pistola puntata». E ieri la correzione di rotta del Professore: «Quando parlo di un rinvio non voglio dire che il referendum non sia un grande strumento, perché ogni volta che si richiama e si mobilita la società civile l’Italia fa un passo avanti. Però, se c’è un accordo alto, è chiaro che allora ci saranno degli elementi per sospendere la procedura».
Parole che Fausto Bertinotti considera «molto ragionevoli». «Una nuova legge elettorale - dice il presidente della Camera - richiede per sua natura il più largo consenso. Si può litigare molto, ma non sulle regole del gioco. Il modello? Io preferisco quello tedesco, proporzionale con sbarramento». E chiede tempo pure Piero Fassino: «Sarebbe ragionevole chiedere ai promotori di procrastinare il referendum di un anno. Non si tratta di imporre niente a nessuno, dev’essere una scelta condivisa. Però, se si avvia un cantiere finalizzato a una riforma elettorale, poiché sono essenziali anche alcuni ritocchi costituzionali collegati come quelli sul bicameralismo, sul federalismo e sui poteri del premier, allora c’è bisogno di un rinvio».
Contro la consultazione popolare, con motivazioni diverse, anche Udc, Lega, Udeur. «Un accordo sulla legge elettorale - spiega Clemente Mastella - è fondamentale perché non si può lasciare questa materia al referendum. È giunto il momento che la politica si riappropri del suo ruolo». La riforma è una «priorità» pure per Lorenzo Cesa: «Il bipolarismo paralizza l’Italia». E il Carroccio è pronto a sedersi a un tavolo: «Sono molto favorevole alla proposta del ministro Vannino Chiti - racconta Roberto Maroni -. La Lega è interessata a stabilizzare il percorso delle riforme. Se si imposta una strada e si decide di costuire un comitato o una cabina di regia, noi ci stiamo. L’obbiettivo è il federalismo e in nome di questo siamo pronti se necessario a smarcarci dal centrodestra».
Ma, come spiega Umberto Bossi al Messaggero, la Lega ha già scaricato il modello tedesco: «Non si può fare. A noi va benissimo il sistema che c’è adesso, aggiustato qua e là». I ritocchi, secondo il Carroccio, dovrebbero riguardare il premio di maggioranza al Senato, oggi suddiviso e spezzettato regione per regione. Roberto Calderoli se la prende con Ciampi, che per ragioni di costituzionalità bocciò l’assegnazione del bonus su base nazionale, e applaude Napolitano «che ha detto che non manderà il Paese alle urne senza una nuova legge elettorale». E ora, aggiunge, «serve un asse Prodi-Berlusconi per evitare di tornare alla Prima Repubblica». Fabrizio Cicchitto è d’accordo con lui: «Discutiamo rapidamente e senza inciuci. Per noi è pregiudiziale mantenere il bipolarismo».
Intanto Pierferdinando Casini polemizza ancora con il Cavaliere. «Ha detto che cambiare la legge elettorale è inutile? Un’opinione rispettabile anche se non nuova perché già espressa dalla Lega. Gli accordi su una riforma sono diversi da quelli di governo». L’Udc, promette, andrà avanti: «Voteremo con chi ci sta».