Legge elettorale, An respinge le "nostalgie" di Mastella

Il guardiasigilli: torniamo alle preferenze. Matteoli: il bipolarismo non si tocca

Roma - Quando è quasi sera e il caldo lascia spazio ad un venticello conciliante, a Telese aleggia ancora lo spettro delle parole di Umberto Bossi. Così all’apertura del dibattito su «Bipolarismo e riforme: che fare?» a mettere in chiaro le intenzioni ci pensa Vannino Chiti, ministro Rapporti con il Parlamento, per cui «se si è ambigui sul terreno dello sciopero fiscale e addirittura si fa riferimento ai fucili, il dialogo sulle riforme diventa impraticabile». Schermaglie tattiche da inizio dibattito. Che il il padrone di casa, Clemente Mastella, lascia aprire al suo vice, Marco di Stefano, che appena dopo aver decretato «il fallimento del bipolarismo» esprime la posizione del partito: «Oggi, alla vigilia della discussione sulla nuova legge elettorale, i Popolari Udeur rilanciano il sistema proporzionale con preferenza, al fine di riavvicinare gli eletti agli elettori, in un momento i cui l’antipolitica sembra avere il sopravvento». Una spruzzata di pepe che segue di pochi istanti le dichiarazioni programmatiche del capogruppo dei senatori di An Altero Matteoli, che del mantenimento del bipolarismo (la «stella polare da seguire») fa invece la premessa fondante per sedersi al tavolo delle riforme. Non solo. An chiede anche «una legge elettorale che preveda la possibilità di andare a votare sapendo chi sarà il presidente del Consiglio». Una visione opposta a quella di Di Stefano, fin troppo propedeutica alla nascita della nuova «balena bianca» a cui Mastella sta lavorando pancia a terra in un momento che, al grido di «ora o mai più», il guardasigilli definisce «irripetibile» quanto a sussistenza delle premesse politiche.

Il ritorno al porporzionale, spiega il vicesegretario dell’Udeur, ha infatti la valenza di riunire quell’elettorato di centro che per effetto del bipolarismo «ha dovuto dividersi chi virando a destra chi a sinistra pur pensando allo stesso modo su quasi tutti i temi qualificanti». Motivo per cui, chiarisce, l’obiettivo è un nuovo soggetto «credibile» ma che non sia la riedizione «nostalgica» della Dc, bensì un punto di partenza per un Paese «più stabile a prescindere dagli sviluppi relativi al dibattito sulla legge elettorale».

Una palla che rilancia anche il capogruppo Udeur al Senato, Tommaso Barbato, che nel dibattito intorno al futuro del centrodestra e sul Partito democratico vede la conferma che i tempi sono maturi perché «i partiti di centro, dell’uno e dell’altro schieramento, si muovano verso la costituzione di una forza moderata più consistente». Una necessità che trova origine nel fallimento dell’attuale sistema e che colpisce entrambi gli schieramenti. Vittime, da una parte, dei ricatti di Bossi «che adombra, addirittura, una sorta di chiamata alle armi», e di una sinistra radicale, dall’altra, che «pur stando al governo, pretende di scendere in piazza contro il suo esecutivo».

Ma una soluzione al problema c’è. La offre Cesare Salvi (Sd), che caldeggia il modello tedesco come antidoto contro un maggioritario, causa dell’aumento della «rissosità tra i partiti, insieme al loro numero». La proposta di Sinistra democratica, ricorda, si basa sul proporzionale ma con una soglia di sbarramento al 5%, con metà dei parlamentari eletti in collegi uninominali e l’altra metà con liste piccole in circoscrizioni piccole. Appunto «la soluzione al problema di un bipolarismo coatto, imposto, come è quello in uso nel nostro Paese».

Una soluzione che però rischia di diventare un boomerang: «Il timore è che in realtà il Partito democratico non abbia ancora scelto. Se lo farà, in favore del modello tedesco, troverà la maggioranza in Parlamento. In ogni caso - conclude - occorrono calma, saggezza e serenità per risolvere i problemi della coalizione su questo terreno, altrimenti non si salverà nessuno».