Legge elettorale, rissa nell’Unione solo la Margherita difende Amato

Il ministro vuol tornare al maggioritario e fa infuriare Rifondazione, Verdi e Pdci mentre la Quercia si defila

da Roma

L’Unione entra in fibrillazione anche sulla legge elettorale. Sembrava tutto fatto, con i consensi faticosamente raccolti intorno alla bozza approntata dal ministro Vannino Chiti, e invece il dissenso è arrivato inaspettatamente da un leader di peso come Giuliano Amato, che in una deflagrante intervista a La Repubblica ha letteralmente demolito il lavoro del suo collega di governo.
Meglio l’uninominale? Finanche i toni di questa garbata invettiva stupiscono: «Persino la legge Acerbo - dice il ministro dell’Interno che scomoda in un paragone una delle leggi più vituperate del Ventennio - era più moderata, visto che escludeva il premio al di sotto di una certa soglia». Di più: «Mi preoccupa la strutturale propensione dei partiti attuali verso un sistema elettorale simile a quello delle regionali che può portare addirittura a riplasmare l’attuale forma di governo. Il modello delle regionali, infatti è un modello presidenziale forte». Insomma, secondo Amato, Chiti avrebbe caratteristiche presidenziali, se non para-autoritarie, davvero una bocciatura senza appello, che si chiude con un cambio totale di prospettiva: «La forma migliore - spiega il ministro - sarebbe il ritorno al collegio uninominale».
Allarme a sinistra. Quanto basta per aprire un terremoto nel Palazzo, dove a questo punto sono i partiti dell’ala sinistra insorgono contro il loro ministro dell’Interno: per Rifondazione Amato «vuole silurare» l'accordo (con l’obiettivo di «aprire la strada al referendum»); i Verdi non nascondono l'irritazione per la sortita del ministro dell'Interno che così «danneggia la coalizione», il Pdci, è critico e accusa Amato di proporre «idee vecchie».
Ministri con pistola. La presidente del gruppo Verdi-Pdci a Palazzo Madama Manuela Palermi, infatti, non va per il sottile: «La bozza Chiti offre la possibilità di un lavoro con l'opposizione, aspetto di grande positività. Per quanto riguarda il referendum, considerato da Amato utile non di per sè, ma come “pistola carica” sul tavolo della politica, confesso di essere rimasta strabiliata. La politica - sostiene la capogruppo del Pdci- è buona se cerca soluzioni condivise. Una pistola carica sul tavolo è un ricatto e i ricatti sono sempre sbagliati, sia nella vita sia nella politica. Sono una delle ragioni del “disamore” di tanta gente nei confronti della politica. È incredibile che ministri del governo Prodi - conclude la Palermi - tengano un pistola carica (e poi contro chi?) facendo parte del comitato promotore del referendum».
«Excusatio melandriana»
A chi si riferisce, la Palermi, oltre che ad Amato? Ad esempio a Giovanna Melandri, anche lei promotrice del referendum, che infatti ieri metteva le mani avanti per rispondere all’insinuazione di fare doppio gioco contro il suo governo: «Serve una proposta di legge condivisa che ci faccia tornare davvero al maggioritario. In quel caso sono pronta a fare le valigie dal comitato in un minuto. Se non c'è la proposta di legge sto bene dove sto».
Rifondazione chitiana. E a difesa della bozza Chiti, ovviamente, c’è anche il segretario di Rifondazione Franco Giordano, che dice: «Abbiamo condiviso con l'Unione un percorso che porta a una modalità che poi avrà la sua conferma nel dibattito parlamentare. Una legge - ha proseguito il leader di Rifondazione - che garantisca contemporaneamente sia la pluralità delle forme della rappresentanza che l'efficacia dell'azione di governo». Conclusione: «Fare in fretta e in parlamento». Di tutt’altro avviso, invece, i dirigenti della Margherita, che in serata partoriscono un documento della segretaria in cui si chiede «una legge che garantisca stabilità». Pierluigi Castagnetti si spinge oltre e sostiene Amato. «Ha ragione. La minaccia del referendum non aiuta, anzi rischia di far precipitare le cose senza neanche restituire ai cittadini la libertà di scegliere i loro rappresentanti in Parlamento. Tuttavia - spiega il vicepresidente della Camera - non dobbiamo pensare di risolvere la crisi del sistema solo con la modellistica elettorale. La tecnica da sola non è sufficiente, serve la politica».