Una legge imporrà le ferie ai lavoratori giapponesi

Gaia Cesare

Qualcuno finisce perfino per passare la notte in azienda, su una brandina, ritrovandosi così, nell'arco di poche ore, pronto per una nuova giornata di lavoro. All'alloggio improvvisato provvede il capo, attraverso l'affitto di una camera pulita ma modesta, lontana dai comfort di casa. Benvenuti in Giappone, dove i lavoratori, invece di andare in ferie e aspettare con impazienza il meritato riposo, lavorano indefessi, sostenendo degli standard inconcepibili per il mondo occidentale.
Ma qui, anche se la Cina non è affatto lontana, il problema non sono le vessazioni imposte dai datori di lavoro né i diritti umani, ma la mentalità di un popolo. Una vocazione al lavoro così radicata che persino il governo giapponese sta studiando un modo per fermare l'implacabile furia stakanovista di impiegati e operai. «Dobbiamo scoraggiare la gente che passa troppe ore al lavoro e spingere perché possa trovare il giusto equilibrio tra carriera e famiglia», ha dichiarato un portavoce del ministero del Lavoro e del Welfare.
Per raggiungere l'obiettivo, il dicastero ha annunciato che sta lavorando su un disegno di legge che costringa le imprese a convincere i propri dipendenti a prendere tutte le ferie pagate che spettano loro per diritto. Sì, perché - secondo dati forniti dal governo - i laboriosi giapponesi prendono solo la metà dei 18 giorni di riposo pagato garantiti per legge e - riferisce ancora l'Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico - trascorrono sul posto di lavoro molte più ore dei loro colleghi inglesi, americani e tedeschi.
L'anomalia starebbe provocando grossi danni alla struttura sociale del Paese, tanto da spingere l'esecutivo a correre ai ripari. La legge dovrebbe arrivare in Parlamento nel 2007 e potrebbe contemplare anche la possibilità di trasformare le ore di straordinario in ferie pagate, proprio per incentivare i lavoratori a staccare la spina e a dedicarsi di più alla famiglia.
I workaholic - come vengono definiti, quasi fossero una categoria di malati, tutti coloro che hanno sviluppato una dipendenza maniacale per il lavoro - rappresentano ormai un'emergenza sociale in Giappone. A loro - secondo le autorità - sono da attribuire due fenomeni allarmanti e in forte crescita: il crollo delle natalità e l'alto numero di suicidi. Ne è convinto anche Kuniko Inoguchi, ministro per le Pari Opportunità e gli Affari sociali, anche lui sostenitore della nuova legge. «I prossimi cinque anni saranno decisivi», ha detto riferendosi alla necessità di imporre un cambiamento nello stile di vita (e soprattutto di lavoro) dei sudditi giapponesi.
Per la prima volta dal 1945, i rilievi dello scorso mese hanno infatti evidenziato una diminuzione della popolazione di circa 19 mila unità e il ministero della Salute stima che il tasso di natalità scenderà quest'anno dall'1.28 all'1.26 per coppia. Se le previsioni fossero confermate, la forza lavoro diventerebbe troppo esigua per reggere un sistema pensionistico già sotto pressione e per mantenere un livello di tassazione non troppo oneroso.
Perché le nascite aumentino, tuttavia, è necessario trascorrere più tempo in famiglia e i giapponesi sembrano più vocati al lavoro che al focolare domestico. Qualcuno, però, sembra non reggere l'impatto di una vita così stressante e sono in molti in Giappone ad attribuire l'escalation di suicidi registrata nel Paese allo stress per overdose di lavoro. Solo lo scorso anno 30 mila persone si sono tolte la vita, permettendo al Giappone di raggiungere il triste primato di Paese con uno dei più alti tassi di suicidio nel mondo sviluppato. Ma chissà se, per invertire la rotta, sarà sufficiente qualche giorno di ferie in più.