La legge della ’ndrangheta: «Paga o t’ammazzo»

«Ti ammazzo miserabile di merda... Vieni a portarmi l’assegno dei soldi che ti diedi! Hai rotto i coglioni! Porta i soldi domattina».
«Mimmo, dài, ascolta, sto per morire, aspetta, vieni a trovarmi... Mi tratti così in queste condizioni? Mimmo vieni a trovarmi per favore te lo chiedo».
«Non vengo a trovarti. Vengo a trovarti solo se sei morto. Se muori vengo ai tuoi funerali».
Da sabato mattina sono state rese note un’altra parte delle intercettazioni realizzate dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia, nell’ambito della grande inchiesta del luglio scorso sulla penetrazione della ’ndrangheta in Lombardia. Contenute nella nuova ordinanza di custodia firmata dal giudice preliminare Andrea Ghinetti, sono focalizzate su uno dei business di punta della malavita calabrese tra Milano e la Brianza: l’usura. Che i metodi con cui il sistema dei prestiti a strozzo viene governato dai clan non fosse dei più garbati lo si poteva immaginare. Ma la brutalità che emerge dalle intercettazioni supera le aspettative.
Protagonista delle intercettazioni più brusche, come quella riportata qui sopra, è Domenico «Mimmo» Pio, 64 anni, di Montebello Jonico: che incastra un consulente finanziario della Banca nazionale del Lavoro, tale Paolo G., in una trappola che merita di essere raccontata. Prima lo costringe a prestare dieci milioni di lire a un tizio («ero cosciente - dirà poi il consulente finanziario alla Dia - che se quel tipo di soggetti ti chiede una cortesia non è possibile rifiutare e sottrarsi»); ovviamente i soldi non gli vengono ridati. «A questo punto mi trovavo in difficoltà nel coprire i due assegni e mi vedevo quindi costretto a chiedere aiuto a Pio, il quale mi disse che conosceva delle persone che prestavano i soldi, ma che avrei dovuto pagare degli interessi». Solo dopo l’arresto di Mimmo Pio, finito in carcere per associazione mafiosa, G. ha avuto il coraggio di raccontare un calvario durato otto anni: e che lo ha portato, a fonte di u prestito di cinquemila euro a riconsegnare «denaro contante, assegni, cambiali e bonifici per un valore superiore ai centomila euro».
Interessi del 15 o 20 per cento al mese, d’altronde, sembrano essere la norma per le finanziarie dei clan. Spesso a restarne vittime sono imprenditori che qualche colpa ce l’hanno, se non altro per la leggerezza o la disinvoltura con cui gestiscono le loro aziende e che li hanno portati nella lista nera delle banche: come quello col vizio del gioco, di cui pure si parla in questi verbali. Ma ci sono anche persone qualunque che si ritrovano nei guai fino al collo senza neanche capire come. Racconta Emma B., titolare di una trattoria vicino a Bergamo: «Presso la mia trattoria si fermano a mangiare vari camionisti, in una occasione mio figlio mi presentò una persona che seppi chiamarsi Domenico Pio, originario del sud Italia. Circa due anni fa mi sono trovata in ristrettezze economiche, non avevo neanche i soldi per pagare l’affitto della trattoria, per tale motivo pensai di rivolgermi a Mimmo». Per un prestito di cinquemila euro, in tre mesi la povera Emma si trova a doverne restituire 11.400, e quando non rispetta una scadenza arrivano le botte al figlio. O la commerciante lecchese che aveva bisogno di soldi per curare la figlia coinvolta in un grave incidente e che da un’agenzia finanziaria viene inviata a rivolgersi a uno strozzino dei clan, ma stai attenta, sono persone pesanti che sanno usare la pistola». O la barista di Paderno Dugnano che a Mimmo Pio, per 5mila euro ricevuti, ha dovuto restituirne ventimila; e quando Pio finisce in carcere, si trova sotto casa la donna di lui, un piccoletta trasandata, che le ordina di tenere la bocca chiusa con la polizia.
Il clima di «omertà e timore», come lo definisce il giudice Ghinetti, è palpabile nelle intercettazioni. Ma poi, dopo gli arresti dei loro aguzzini, quando vengono chiamate e interrogate, le vittime quasi sempre si sgravano del peso, raccontano, accusano, trovano coraggio. Almeno in questo, la Lombardia non è la Calabria.