La legge non è uguale per tutti Pende a sinistra

Egregio direttore, c'è gente che se la cava sempre. Il compagno Gino Paoli ha «sottratto» (non userò una parola più adeguata) al fisco italiano 800mila euro, ma siccome, nonostante le più severe indagini, non si è riusciti a risalire alla data, nel dubbio il reato è prescritto e il capitale salvo. Mi sarebbe piaciuto vedere le conclusioni delle indagini se a «sottrarre» fosse stato, non voglio fare nomi, un artista con simpatie a destra. Ecco spiegato il perché della fede progressista della quasi totalità di questa gente di spettacolo...

Piero Siebaldi

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Caro Piero, non solo in materia fiscale i «compagni» godono di un trattamento preferenziale da parte della magistratura e della grande stampa. Non conosco nei dettagli la vicenda giudiziaria di Gino Paoli, per cui non entro nel merito. Quello di operare in una «zona grigia» è sicuramente una caratteristica degli artisti che a loro volta, per le loro serate, frequentano un mondo altrettanto ambiguo fiscalmente parlando - che è quello delle discoteche e dei locali notturni. Su questo neppure il grande moralizzatore Beppe Grillo si permette di scagliare la prima pietra perché gliene ritornerebbero indietro a migliaia tante ne ha fatte nella sua non breve carriera di cabarettista. È innegabile che questi signori, e in generale le star, godono anche di una maggior benevolenza da parte dell'opinione pubblica. Sofia Loren è rimasta nei nostri cuori ed è una sorta di monumento nazionale ancora oggi - nonostante l'arresto, nel 1982, per una supposta maxi evasione fiscale. La popolarità di Valentino Rossi, così come quella del calciatore-fenomeno Messi non è stata scalfita dai guai giudiziari per aver fatto un po' i furbi con le tasse. È vero che Gino Paoli è un antipatico e arrogante sinistrorso, ma ha scritto e cantato canzoni stupende che hanno segnato la vita di un paio di generazioni. Le confesso che anche a me piace ricordarlo, e ringraziarlo, per «Sapore di sale» e «Il cielo in una stanza» piuttosto che crocefiggerlo per la supposta evasione. Chiamiamola «licenza poetica», e chiudiamola lì.