«La legge sul lavoro non è di Biagi» Per abolirla l’Unione nega la storia

Per la sinistra il giuslavorista ucciso dalle Br non è il padre della riforma. L’allievo Tiraboschi: falsità, sono ferito

da Roma

Come depotenziare le proteste della sinistra radicale in vista della manifestazione di ottobre contro il protocollo sul welfare? Da settimane ormai l’intellighenzia di centrosinistra si interroga sull’argomento per scongiurare l’ennesimo paradosso di una maggioranza in piazza contro il suo governo.
E una specie di risposta è stata trovata: la tanto vituperata legge Biagi, che nella vulgata radical-estremista è la causa di ogni precariato, non è figlia del giuslavorista ucciso dalle Br, ma della mentalità deviante del precedente governo di centrodestra. Soppressa così l’«ingombrante» paternità intellettuale, potrebbe diventare più semplice riscriverne i contenuti in favore del lavoro a tempo indeterminato senza le opposizioni interne dei riformisti e dei moderati.
Lo aveva scritto il 15 agosto sull’Unità, Nicola Tranfaglia, sostenendo che «la legge Biagi non è espressione diretta del lavoro» dell’accademico modenese. Lo ha ripetuto domenica scorsa, sempre sul giornale diessino, il senatore della Quercia nonché ex direttore del quotidiano, Furio Colombo. Questa volta con più veemenza. «L’uso del nome Biagi per una legge che accomoda alcune richieste delle imprese è una manovra abile anche se non proprio nobile. Sarebbe come chiamare “Falcone-Borsellino” la riforma della giustizia per essere più sicuri che i magistrati non avanzeranno obiezioni». D’altronde, ha aggiunto Colombo, «chi avrebbe fatto della “legge Maroni” una bandiera» giacché si tratta della «legge “usa e getta” dei giovani senza impiego?».
La disamina dell’editoriale è molto lunga, ma vale la pena ricordarne alcuni punti salienti. In primo luogo, le sinistre «in Italia e ovunque» devono impegnarsi per migliorare le condizioni di lavoro nel mondo perché l’economia globalizzata a guida Usa è impegnata a far credere che i problemi di sviluppo risiedano nel costo del lavoro. Ma per far questo non serve andare in piazza sotto le bandiere della Cosa rossa «mentre nella piazza accanto, al seguito di Giuliano Cazzola, si radunano i crociati del lavoro a costo zero» e far cadere il governo. Bensì è necessario chiamare a raccolta «il talento economico e l’intelligenza del mondo» con una conferenza mondiale sul lavoro. Insomma, una replica della tanto propagandata conferenza di pace sull’Afghanistan che ha calmato molti dissidenti, soprattutto al Senato.
Una tale offensiva nei confronti di Marco Biagi, tuttavia, non poteva passare sotto silenzio. E a difenderne l’onore è stato il suo allievo Michele Tiraboschi, direttore del Centro studi dell’Università di Modena intitolato al giuslavorista. In una lettera inviata all’Unità, Tiraboschi ha stigmatizzato l’affondo del senatore ds su una legge «che pochi hanno letto e conoscono». Ciò che «ferisce» lo studioso, tuttavia, è il paragone con l’ipotetica legge “Falcone-Borsellino” in quanto la legge Biagi «non deriva da una patetica dedica ex post perché è stata scritta parola per parola da Marco Biagi vivo, tanto è vero che il disegno di legge è stato presentato nel novembre 2001, alcuni mesi prima del suo barbaro assassinio».
Se lo sfogo di Tiraboschi ha ristabilito una verità storica che si pretende di negare in ragione di opportunità politiche, sul piano pratico si registrano passi avanti nell’organizzazione della manifestazione pro-legge Biagi del 20 ottobre. Il promotore Giuliano Cazzola ha accolto con soddisfazione le dichiarazioni del segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, che ha sottolineato di essere «molto vicino alle ragioni» di chi intende difendere l’attuale normativa. Il senatore a vita, Giulio Andreotti, ha ribadito che «la legge Biagi non va cambiata ma attuata». Allo stesso modo i giovani di Forza Italia hanno preannunciato la loro presenza «in tutte le iniziative che mirano a dare voce al futuro del Paese».
Un’ultima annotazione. Le elucubrazioni di Furio Colombo prendono le mosse da un editoriale di Luciano Gallino su Repubblica nel quale, in nome di una nuova legge complessiva sul lavoro, si auspica il recupero del principio che «il lavoro non è una merce». Dunque, la spoliazione dell’eredità di Biagi è condotta in nome di echi marxiani. Al di là di qualsiasi evidenza storica.