Una legge, tanta confusione Ecco quel che penso sul testamento biologico

Caro direttore,
lo so che la penso diversamente da lei ma le chiedo ugualmente un po’ di spazio. La legge sul testamento biologico limiterà il diritto di ogni singolo individuo a decidere della propria vita. Se non verrà confermata da un referendum vorrà dire che un qualsiasi «pianista», un voltagabbana qualunque, un incompetente totale e un qualsivoglia portaborse potranno stabilire, senza appello, se un uomo deve vivere o deve morire. Si stabilirà un precedente che è il contrario esatto della libertà: un eletto senza vincolo di mandato potrà in campagna elettorale essere contrario all’aborto, poi cambiare schieramento per interessi di bottega, diventare favorevole e votare una legge infanticida. Senza che chi lo ha eletto possa influire su quella che diventerà una decisione irrevocabile. Direttore, non posso credere che per lei tutto questo sia ragionevole, tutto questo si chiami libertà, si chiami democrazia.
Roberto Bellia - Vermezzo (Milano)

Vedo che c’è grande confusione sul testamento biologico. Anche la sua lettera, caro Bellia, me lo lasci dire: la trovo molto appassionata, ma poco lucida. A parte il fatto che è singolare scoprire solo ora che i parlamentari esercitano la loro funzione senza vincolo di mandato, come prevede la Costituzione dal 1948, a parte questo, dicevamo: ma come può un referendum confermare la legge? Il referendum, al massimo, una legge la può abrogare. Ma il fatto che si chieda il referendum ancor prima che la legge sia approvata (anzi, ancor prima che sia discussa Parlamento) è un’altra stranezza che si spiega soltanto con la voglia di alzare, attorno alla vicenda, un gran polverone. Ieri sul «Giornale» abbiamo pubblicato due opinioni molto diverse, quella del laico Facci e quella del cattolico Amicone. Ora, se permettete, vi dico quel che penso io. Certo: sarebbe stato meglio non farla quella legge. Sarebbe stato meglio evitarla e lasciare che la vita e la morte fossero regolate, come è avvenuto finora, nel rapporto che esiste tra le persone, un malato, i suoi cari e i medici. Ma è meglio (cioè è più democratico) che a stabilire queste regole sia il Parlamento eletto dai cittadini o un giudice? Non si può dimenticare infatti che siamo arrivati a questo punto perché alcune persone hanno voluto deliberatamente costruire una campagna pubblica attorno al drammatico caso privato di Eluana con il dichiarato intento di abbattere alcuni principi su cui si era fondata finora la nostra convivenza. Giusto? Sbagliato? Discutiamone. In Parlamento, però. Non nell’aula di un tribunale. E per quanto riguarda l’oggetto della discussione, ebbene, io credo che la Costituzione stabilisca il diritto a rifiutare le cure, ma non il diritto assoluto sulla propria vita. Io non posso autorizzare un altro a spararmi in testa o a impiccarmi. Allo stesso modo io non posso autorizzare un altro a togliermi acqua e cibo. Togliere acqua e cibo non significa «lasciare andare» o «non accanirsi terapeuticamente»: significa uccidere di fame e di sete. È un omicidio. È una tortura. E poter disporre del proprio corpo non significa poter autorizzare un omicidio o una tortura, non lo posso fare nemmeno se voglio, nessuna Costituzione lo consente. E abbattere questo principio è pericolosissimo, è un altro passo avanti verso il baratro dell’inciviltà. Un passo di cui non avremmo mai voluto neanche parlare. Ma ce lo hanno imposto. Ora è soltanto da evitare.