Una legge per tutelare le «botteghe storiche»

Daniele Petraroli

Sono appena un centinaio nella sola Capitale ma rischiano di sparire nel giro di pochi anni, travolte dall’aspetto peggiore del mercato globale. Stiamo parlando delle «botteghe storiche», negozi caratteristici con più di un secolo di vita sulle spalle, simbolo di antiche tradizioni in via di estinzione. Minacciati, sempre più pesantemente, dai nuovi «stores» delle catene multinazionali. Drogherie, oreficerie, laboratori di ceramiche ma anche più semplici bar e pizzerie messi in crisi dalla concorrenza delle «grandi firme» in cerca di una vetrina prestigiosa in pieno centro storico.
Fino a oggi il Comune, con due diverse deliberazioni, una nel 1997 e una nel 2003, ha provato ad arginare il fenomeno. Rilasciando, almeno alle più importanti, un attestato di «negozio storico», tutelando la «vocazione merceologica determinatasi storicamente», per evitare che al posto di un caffè con due secoli di vita spunti l’ennesimo megastore, magari straniero, e predisponendo il «mantenimento degli arredi esterni e interni».
Entro breve tempo, ed è la novità, potrebbe intervenire il Parlamento per tutelare le «botteghe». È in discussione in commissione Attività produttive della Camera, infatti, un progetto di legge in grado di affrontare alla radice il problema. E, per una volta, maggioranza e opposizione lavorano insieme.
«Siamo riusciti a raggiungere un’intesa trasversale - spiega Antonio Mazzocchi di Alleanza nazionale -. Tanto che la legge porta il mio nome e quello dell’onorevole Antonio Rugghia dei Democratici di sinistra. Ma modifiche sono state apportate con gli interventi successivi anche di esponenti delle altre forze parlamentari. Come ad esempio, l’onorevole Pagliarini della Lega Nord. Abbiamo previsto tre tipi di aiuti per le botteghe storiche. L’abolizione dell’Ici, contributi specifici a seconda del tipo di attività e di problematiche, e aiuti per chi ha bisogno di fare crescere apprendisti. In tal modo riusciremo a salvare dei mestieri che, altrimenti, rischiano di sparire».
Due ordini di problemi differenti, dunque. Da una parte, soprattutto per i negozi che si trovano in centro storico, l’aumento esorbitante degli affitti dovuto ai prezzi non concorrenziali che possono permettersi di pagare per i locali i grandi gruppi commerciali e le conseguenti minacce di sfratto per le «botteghe storiche». Dall’altra il rischio che alcuni lavori, in particolare quelli d’artigianato - pensiamo alle ceramiche, alla lavorazione di pelli ai ciabattini - siano ridotti all’estinzione per i costi che negozianti devono pagare agli apprendisti. «Da gennaio il nostro affitto passerà a oltre settemila euro - spiega Valerio Di Giampaolo della pizzeria «Il bersagliere», attiva in via Candia dal 1910 e ancora a gestione familiare -. Anche l’euro non ci ha aiutato. Abbiamo il forno a legna e facciamo ancora l’impasto a mano come una volta ma a queste condizioni non siamo sicuri di poter sopravvivere ancora a lungo».
Secondo i sette articoli della nuova legge i Comuni dovranno fornire alle Regioni un elenco dei negozi da tutelare, già pronto in tal caso quello del Campidoglio, in modo da avere un monitoraggio nazionale. Solo dopo verrà deciso in che maniera aiutarli. «Ora stiamo cercando la copertura economica in commissione Bilancio - conclude Mazzocchi - in modo da fare approvare la proposta in sede legislativa e accelerare i tempi. Servirebbero quaranta milioni di euro ma già ottenerne la metà, anche se insufficienti, servirebbero a far passare il principio che le botteghe storiche devono essere tutelate». I tempi? «Contiamo di approvare il progetto di legge entro la fine della legislatura. Diciamo per febbraio-marzo».