«La legge tv? Pistola puntata contro Silvio»

nostro inviato a Torino

Se qualcuno pensava che il dialogo tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi comprendesse anche l’ammorbidimento della legge Gentiloni sulle tv, eccolo smentito. «La legge è uno strumento difficilmente eliminabile e si è già perso troppo tempo; anzi il ritardo dell’approvazione è il problema numero uno», ha scandito ieri il ministro delle Comunicazioni. L’occasione per togliere i dubbi era ghiotta: il convegno del Lingotto sullo sviluppo della tv digitale terrestre davanti a tutti i protagonisti, a partire dal direttore generale della Rai Claudio Cappon e il presidente di Mediaset Felice Confalonieri, più i rappresentanti della «7» e delle emittenti televisive minori.
Gentiloni è apparso proprio come l’ha dipinto Confalonieri: «Gentile, competente ma impermeabile. Con lui non passa nulla». Difatti il ministro è stato granitico a difesa della riforma in discussione alla Camera. «Intervenire sull’eccessiva concentrazione della pubblicità e delle frequenze è normale politica antitrust, uno strumento che apre il mercato riducendo le posizioni dominanti». Che poi si riducono a una, cioè Mediaset. Confalonieri era stato di poche parole: «La legge Gentiloni è una pistola puntata contro un avversario politico. È fatta di quattro articoli, la si può approvare in tre sedute parlamentari». Invece il testo si trascina in aula da un anno e viene riesumato quando c’è da usarlo contro Berlusconi.
Tra il ministro e il numero uno di Mediaset il dialogo è stato a distanza, gli organizzatori del convegno torinese non li hanno fatti dibattere. Così Gentiloni non ha avuto repliche quando ha chiesto appoggi all’opposizione: «Desidero la serietà di un confronto non ostruzionistico. Non chiedo abiure e non credo che An cambierà radicalmente le sue opinioni, ma penso che la nuova situazione politica aiuterà anche nel centrodestra ad avere un dialogo».
Confalonieri, invece, che non fa il politico, non aveva usato giri di parole. «Se passa la Gentiloni, per noi è un disastro. Non è un buon modo di legiferare quello di togliere il 25-30 per cento del fatturato a un’azienda che ha fatto bene ed è importante per il Paese, solo perché fondata da un avversario politico».
«Voi siete illuministi - ha esclamato, sorridendo a denti stretti -, come quelli che scrivevano l’Enciclopedia per spiegare agli altri le cose, e poi la realtà funziona in modo diverso. Tutti se la prendono con il duopolio come fosse il peccato originale, come la shoah. Nessuno dice che i settori come quello televisivo sono oligopolisti per natura e che oggi di soggetti forti ce ne sono almeno quattro. Semmai bisogna dare il merito a un imprenditore come Silvio Berlusconi di aver investito grossi capitali ed essere riuscito a spezzare un monopolio, quello della Rai».
Confalonieri non è stato l’unico a prendersela con Gentiloni. Marco Rossignoli e Maurizio Giunco, rappresentanti delle tv locali, così come il finanziere Tarek Ben Ammar, gli hanno rimproverato lo slittamento al 2012 del digitale terrestre e gli hanno detto che nemmeno quella data sembra troppo sicura. Cappon ha ridotto la questione al nodo delle frequenze: bisogna sottrarle alle emittenti e affidarne la gestione a un nuovo ente. Tra lui e Confalonieri qualche battuta sulle caso delle intercettazioni tra dirigenti Rai e Mediaset (per Confalonieri è «una stupidaggine» evocare strutture Delta e «ridicolo trasformare la Bergamini in una Dolores Ibarruri»). E quando il moderatore Antonello Piroso ha chiesto a Cappon se davvero la Rai è stata stuprata, come ha detto il presidente Petruccioli, il direttore generale di Viale Mazzini ha risposto sottovoce: «Io non c’ero».