La leggenda del conte Negroni Un uomo che dava alla testa

Ha inventato la ricetta del celebre cocktail in un caffè di Firenze. È stato cowboy, giocatore d'azzardo e gran bevitore Ora a raccontare la sua vita è un barman

A Firenze agli inizi del Novecento c'erano molti caffè letterari ma il cocktail italiano più famoso nel mondo nacque nel caffè meno letterario di tutti, a riprova che in Italia letteratura e alcol non si miscelano bene. Il letterato italiano medio in fondo è un morigerato, un signore che tiene famiglia, non dedito all'autodistruzione e non incline all'ubriachezza in stile Hemingway e Fitzgerald. Più di rado è un bevitore ma in tal caso è spesso uno spiantato e non si può permettere liquori raffinati. Quindi il Negroni poteva nascere solo al Caffè Casoni di via Tornabuoni, dove al massimo capitava Ugo Ojetti. L'aristocratico Doney, sempre in Tornabuoni, era frequentato da D'Annunzio, notoriamente quasi astemio. Al Gilli di piazza della Repubblica (allora piazza Vittorio Emanuele) per anni si tennero le riunioni di redazione della Voce , e Prezzolini che detestava i beoni si concedeva tutt'al più un marsala. Al superletterario Giubbe Rosse, lì di fronte, erano soliti sedersi Papini e Rosai, poveri, e Dino Campana, poverissimo, cattivi clienti capaci di occupare un tavolo per ore ordinando solo un cappuccino, per giunta facendoselo mettere sul conto, altro che cocktail.

Il Negroni poteva nascere solo al Caffè Casoni e la sua storia poteva essere raccontata solo da Luca Picchi, capobarman del Rivoire (altro caffè storico fiorentino) e autore di Negroni cocktail. Una leggenda italiana pubblicato da Giunti. Evidentemente ci voleva un appassionato, non un letterato, per raccontare le mirabolanti avventure del conte che in un giorno imprecisato fra 1919 e 1920 dettò al barista di fiducia la miscela perfetta: 1/3 bitter 1/3 vermut rosso 1/3 gin. Per Camillo Negroni il cocktail Negroni fu solo uno dei tanti episodi di una vita da romanzo: agiato rampollo a Firenze, allievo ufficiale a Modena, cowboy fra Wyoming e Canada, giocatore alle corse nell'East Coast, insegnante di scherma a New York, cavallerizzo a Bolgheri (fra i cipressi alti e schietti nella tenuta Della Gherardesca), progettista di giardini di nuovo a Firenze, cacciatore in Maremma... E sempre conte, sebbene spesso a corto di contanti, e sempre forte bevitore: pasteggiava col whisky come Faulkner e Kingsley Amis e sopportava l'alcol certamente più di un Kerouac, forse perfino più di un Bukowski. Nel 1962 Fosco Scarselli, proprio quel barista del Casoni, intervistato da Gente i dettagli alcolici se li ricordava ancora bene: «C'erano dei giorni che riusciva a inghiottire anche quaranta drink, eppure non lo vidi mai ubriaco». Quaranta Negroni stenderebbero un toro e perciò Picchi ipotizza che in origine il cocktail venisse versato in calicini da cordiale, la cui capacità è di un terzo rispetto agli odierni bicchieri tipo tumbler. Ma sono ancora dosi impressionanti, il conte doveva avere un fisico bestiale. Fra le tante fotografie scovate dall'autore in chissà quali archivi c'è quella di un pranzo bucolico, Bolgheri 1910, in cui Negroni, Giacomo Puccini e altri compagni di bisboccia sono immortalati dietro una fitta foresta di fiaschi: anche il compositore doveva darci dentro parecchio. Se Negroni fosse rimasto negli Usa sarebbe potuto diventare un personaggio da film e lo si capisce leggendo l'articolo (un'altra scoperta del documentatissimo Picchi) che il «Topeka Capital» gli dedicò nel 1928, pieno di ammirazione per l'avventuriero italiano, romantica figura di loser che accendendosi una sigaretta alla maniera di Gary Cooper al giornalista americano disse: «Ho imparato abbastanza sugli stalloni e sul keno \ per andare in bancarotta e rimanerci». La Firenze degli anni Venti non se lo meritava il conte Negroni, il cui vitalismo non poteva essere apprezzato né da Montale né da Carlo Bo. Gli esangui ermetici forse nemmeno sapevano che quel giramondo elegante era pronipote, per parte di madre, di Walter Savage Landor, poeta inglese che ispirò Yeats ed Ezra Pound.

Quasi un secolo dopo un barman tanto colto e curioso da trasformarsi in storico ha cominciato a colmare il vuoto che gli ignavi storici professionisti hanno lasciato, ma non basta, ora il superalcolico conte deve diventare protagonista di opere narrative, cinematografiche, televisive, figurative. Intanto mi è venuta un'idea, un ritratto postumo da far realizzare a Cosimo Casoni, miglior pittore italiano della generazione nata negli anni Novanta. Gaetano Casoni, proprietario del caffè al tempo in cui Negroni vi dettò la famosa ricetta, è precisamente suo trisnonno, e questo è un particolare che ho scoperto io, Picchi non c'entra.