La leggenda dell’ultimo Merovingio

Inquietanti premonizioni, fenomeni che sfuggono alla ragione, antichi segreti protetti a costo della vita. Teresa Buongiorno nel suo romanzo per ragazzi Il Vento Soffia Nella Foresta. Il «marchio» dei Merovingi (Salani, pagg. 285, euro 13), rievoca un mondo dimenticato, quasi cancellato dal peso dei secoli. Già il titolo suscita immagini di una realtà fiabesca, dove la foresta domina incontrastata. «Un inferno verde aggrovigliato e putrescente - spiega la scrittrice - abitato nel medioevo dai cosiddetti uomini lupo, mercenari che venivano dai paesi scandinavi. Vivevano in comunità rigorosamente maschili coperti di pelli di lupo per sfuggire alla persecuzione dei contadini». La storia si svolge in Francia ai bordi della foresta di Rouvre, la foresta della Quercia, oggi diventata il Bois de Boulogne, quando Carlo Magno non era ancora imperatore. «La quercia - dice ancora la Buongiorno - è un albero di cui diffidare, l’albero delle streghe o delle fate». Nella pagina iniziale del romanzo sulla scena appare un monaco che si trascina dietro una capra e sulle spalle regge un neonato: si intravede subito un evento misterioso, si delineano le ombre incerte di una profezia. Ma come è nata l’idea di scrivere un libro sulla detronizzazione dei Merovingi? Teodorico, protagonista del romanzo, da alcuni è ritenuto l’ultimo dei Merovingi, monaco a Saint Wandrille, da altri figlio di Carlo Magno e di Adelinda. Ma dove finisce la leggenda e comincia la storia? «Con Carlo Magno l’eredità pipinide e l’eredità merovingia si saldano insieme e nasce il nuovo regno, benedetto da Dio. Pochi sanno che il figlio di Berta, dal lungo piede per il troppo filare, era un bastardo che fu legittimato da Pipino il Breve, come ho raccontato nel romanzo Il ragazzo che fu Carlo Magno (ancora Salani)». Un appassionante intreccio da cui sembra nacque anche il mito di re Artù ma qual è l'aspetto magico della storia? «Non mancano simbologie inspiegabili intorno ai re Merovingi. Secondo la voce popolare ogni legittimo discendente di questa stirpe aveva una criniera irsuta lungo la spina dorsale, ritenuta il segno sacro dei re, su cui poggiava la forza della corona. Childerico, deposto dal trono dal maggiordomo Pipino, era l’unico erede di una dinastia amata dal popolo, anche per il potere che aveva di guarire imponendo le mani, fatto questo che la chiesa di Roma mal sopportava. Inoltre come re Artù erano collegati al mitico Graal, il ricettacolo del sangue di Cristo. In quanto al principe crinito, protagonista del romanzo, è una figura immaginaria, ma tutto il resto è storicamente fondato: ho dato carne e sangue a personaggi realmente esistiti, come il piccolo Wido, vissuto a Villaris, figlio di Bodo e di Ermentrude».