Ma la leggenda resta sullo sfondo

Paolo Brusorio

«Non si tratta solo di numeri o di giocatori di calcio» dice Angelo (io narrante con la faccia di Michele Placido) all’inizio della prima puntata. Con questa premessa, accostare il calcio giocato alla fiction sul Grande Torino è un’operazione perdente. Nelle intenzioni di Bonivento c’era il racconto dell’Italia svestita dalla guerra, filtrato attraverso maglie che, ci ha sempre raccontato chi c’era, rappresentarono un’àncora di salvataggio per un Paese sfibrato e slabbrato, perdente e perduto. Ma (ri)unito, oltre che dalla miseria e dalla voglia di ripartire, anche dalla passione per miti senza bandiere né colori: tra loro, il Torino di Valentino Mazzola. Il Capitano. (Beppe Fiorello è di Catania, Mazzola era veneziano, ma la faccia da fiction è quella giusta. Perfetto Remo Girone nei panni di Ferruccio Novo, il presidente). Allora il tifo era un’altra cosa e una squadra capace di vincere cinque scudetti consecutivi faceva brillare gli occhi a chiunque. Se poi quella squadra muore in maniera tragica come il Torino, allora, poi, diventa Grande. Un marchio di cui nessuno si potrà più fregiare: impastato con record e scudetti, goleade e acrobazie, classe e muscoli.
Chi è tifoso del Toro, della leggenda si è nutrito fin dal primo giorno, Bacigalupo Ballarin Maroso... era la filastrocca di Natale, qualcosa da mandare a memoria senza nemmeno sapere cosa e chi fossero. Superga è una maledizione, è la collina della morte, la gente sale lassù ma in chiesa non mette piede perché conta quello che c’è fuori: la lapide della memoria. E una data: 4 maggio 1949, il giorno dello schianto. A loro la fiction non toglie né aggiunge nulla se non l’orgoglio di vedere due serate dedicate al Mito. In un momento in cui il Torino attuale ha rialzato la testa dopo essere passato da una promozione in serie A sul campo, una retrocessione nei tribunali, un fallimento e un nuovo proprietario. A corredo, moti di piazza e del cuore.
Chi del Grande Torino non sa nulla, non ne saprà molto di più alla fine. Solo, verrà probabilmente incuriosito. Colpito da quei giovani con faccia e nomi da vecchi, (Eusebio, Virgilio) capelli impomatati, la riga in mezzo di Gabetto, il ciuffo di Castigliano. E forse vorrà sapere come giocavano, quanti gol facevano, perché erano imbattibili. E che effetto facevano sull’Italia. Un titolo di giornale, un notiziario radiofonico: sarebbe bastato poco per contestualizzare quella squadra e farne sentire la portata.
Chi vuole vedere (o rivedere) quell’Italia, allora, forse ritroverà qualche frammento. Ma da laboratorio, in provetta. La storia di Angelo (da giovane l’attore Ciro Esposito, ma sembra Montella) scivola via tra minestre riscaldate, cappotti con le toppe, caffè della Torino bene, bicerin e paste della domenica. Nonostante la trama, fatica a mischiarsi con le vicende del Grande Torino. È fiction. E si vede anche troppo.