Il leggenDario romanziere Dc col nonno fascista

La scrittura è insieme alla politica il grande amore di Dario Franceschini, il "ragazzo di Ferrara" giovane fuori e vecchio dentro

Da oggi gli eredi del comunismo sono in mano a un romanziere democristiano con il nonno fascista. Questo per buttarla giù secca. L’avesse saputo Enrico Berlinguer, avrebbe seduta stante chiuso le botteghe (oscure) e sarebbe volato sulla sua spiaggia di Stintino in ritiro spirituale.
Cominciamo col dire che se Franceschini è quasi più famoso come scrittore che come politico, un motivo ci sarà. Anzi: De Mita diceva che «uno scrive racconti, non può fare il politico». Però da uno dotato, come lui, di una discreta vena artistica, ci saremmo aspettati se non altro un po’ di fantasia. «La prima cosa che farò?», si domanda dal palco. E uno pensa: cosa farà mai? Romperà con Di Pietro? Romperà con la sinistra? Romperà gli indugi e si candiderà alle primarie? No. «La prima cosa che farò domani, a casa mia, è andare in piazza a Ferrara e giurare sulla Costituzione. Quello che un segretario di partito non è obbligato a fare». Ecco appunto: ma allora perché sottoporci questa sofferenza? Ma chi gliel’ha mai chiesto, a Franceschini, di giurare sulla Costituzione, con tanto di sbrodolata retorica sulla resistenza? La Costituzione è viva e vegeta, e non ha bisogno d’essere impalmata da Franceschini nella pubblica piazza. Non l’ha fatto Occhetto, non l’ha fatto Amato, non l’ha fatto D'Alema, non l’ha fatto Rutelli, non l’ha fatto Prodi, non l’ha fatto Veltroni: forse loro odiano la Costituzione? Non credo. Dunque domani mi raccomando, appuntamento a Ferrara: come Obama giura sulla Bibbia davanti a Capitol Hill, così Franceschini giura sulla Costituzione in piazza Castello. Stando al sondaggio pubblicato on-line da Repubblica, da escludere il pienone: voti registrati 120 mila, indovinate che percentuale ha preso Franceschini? L'un per cento. Meno di Matteo Renzi e Nicola Zingaretti. Molto meno di Rosy Bindi.
Insomma un debutto insignificante. Proprio come il profilo politico del cosiddetto Reggente: come se ci fosse ancora qualcosa da reggere. Diciamo piuttosto segretario usa e getta, segretario a scadenza. Come le mozzarelle. Il cui nome resterà segnato per sempre nei libri di storia: ma con l’inchiostro simpatico. Sembra il ruolo giusto per «il ragazzo di Ferrara», classe 1958, pronto a ridipingere il partito con quella mano di grigio che lo contraddistingue da sempre. D’altronde eleggere alla segreteria un grande vecchio sarebbe stato brutto; eleggere un giovane sarebbe stato troppo bello. Con Franceschini hanno fatto la sintesi: giovane fuori e vecchio dentro. Uno che ha diciotto anni si è tesserato nella Dc sull’onda della passione per Zac, inteso come Benigno Zaccagnini, ha già la strada segnata. Come ha detto a Vanity Fair, il suo sogno è «essere lo scarafaggio delle Metamorfosi di Kafka. Mi piacerebbe scoprire come si vive da insetto». Quando si dice il carisma. Diventa avvocato, si sposa giovane, testimone di nozze Renzo Lusetti, a Ferrara trasporta la sua sagoma da chierichetto fino ai piani alti della Dc locale. Il suo percorso è lineare come un elettrocardiogramma piatto: l’unica botta di colore in gioventù, quando portava i capelli lunghi e la barbetta rossa, e affascinato dai sinistri, si fasciava nell’eskimo. D'altronde il golden boy del Pd alla sinistra ha sempre strizzato l'occhio: quando crolla la Balena bianca, si spende per deportarne i resti da quelle parti. Ma il leggenDario ancora non brilla (e non brillerà mai, in realtà): nel ’97 gli fanno annusare la segreteria dei popolari, e poi lo segano per Castagnetti (ripeto: Castagnetti). Allora Franceschini si accontenta di un sottosegretariato, si butta sulla cultura, scrive due romanzi, in Francia vince il premio Premier Roman, che gli fa dire: «Finalmente mi leggeranno senza sapere chi sono». Come se in Italia il suo nome fosse sulla bocca di tutti. «Sono timido», ammette: e timidezza più carenza di contenuti vanno poco d’accordo con la visibilità. È portato ad alzare la voce, appunto, solo quando si tira in ballo l'antifascismo: ci rimase male quando Pansa rivelò che suo nonno materno, Giovanni Gardini, era il Podestà di San Donà di Piave. Sui muri c’erano scritte di morte per lui. Franceschini rispose confermando tutto, ma sottolineando che suo padre, invece, è un ex combattente partigiano.
Comunque non si è mai liberato dal vizio di salire in cattedra sui valori democratici: oggi suona l'allarme sulla Costituzione, ma solo nel 2007, quando al governo c’era Prodi, disse: «Se l'opposizione porrà dei veti, le riforme costituzionali possiamo farle anche da soli». Stesso discorso sulla legge elettorale: «Credo che andremo avanti da soli», diceva anni fa Franceschini, oggi convinto che «la legge elettorale è una regola della democrazia e va cambiata con un’intesa bipartisan». Da uno che non brilla per passione ci si aspetterebbe se non altro un minimo di coerenza: ma tant’è. In quanto idealmente sbiadito, Franceschini è innocuo, e lo è sempre stato: va bene, è il vice di Veltroni, ma quando si tratta di decidere davvero, il suo nome sui giornali non esce mai. Anzi, in alcuni frangenti pare sia l’ultimo a sapere le cose: alle ultime elezioni, durante lo spoglio, ha mandato questo mirabile sms ad Arturo Parisi: «Ce la stiamo facendo». Ecco, forse anche per la lungimiranza il buon Franceschini è diventato «Il Reggente». Nel senso che dovrà «reggere» tra le mani la bomba a orologeria delle Europee. Da questo punto di vista, tempo qualche mese, e forse Franceschini si appresterà a compiere il primo atto degno di nota del suo cursus politico: sparire. Polverizzato il governo ombra e il segretario ombra, non resta che l’ombra d’un segretario.