Leggendo l’anima dell’Occidente

Con quel po’ di civetteria che gli uomini più austeri usano per rendere leggera, per mettere quasi in forse la propria austerità, Citati ha spesso affermato, parlando del proprio lavoro, che delle pagine di un critico ben poco, forse niente è destinato a rimanere. Di fronte alle quasi duemila pagine del «Meridiano» che raccoglie ora una parte della sua opera, ho avuto l’impressione contraria.
La civiltà letteraria europea si può, anzi si deve leggere come un nuovo libro, che illustra perfettamente un pensiero sulla letteratura e sulla civiltà occidentale in un itinerario che rarissimamente uno scrittore italiano ha compiuto con tanta energia spirituale e con tanto ramificata sapienza. E se dal volume restano fuori le pagine dedicate all’Oriente, in particolare quelle stupende sulla mistica persiana della Primavera di Cosroe, è pur vero che Citati è stato un precursore nel cogliere quale rete di connessioni profonde ci sia tra il patrimonio religioso, filosofico e poetico occidentale e l’Islam. Citati è attratto dai grandi archetipi e dal loro incarnarsi in multiformi manifestazioni di scrittura. Il suo metodo è la passione, e ho conosciuto pochi uomini che, alla propria passione, abbiano saputo restare così fedeli. Il lettore viene portato a cogliere i segni della divinità e della diversità dell’universo.
C’è dunque un mistico, un giardiniere cosmico, un guardiano dell’Eden in Citati. Ma c’è anche un letterato che non nasconde, anzi sottolinea i suoi aspetti frivoli, i suoi scatti di umore, il suo improvviso inscenare assiomi paradossali. E così leggere Citati può essere anche divertimento puro: e personalmente rido e applaudo ogni volta che mi imbatto in affermazioni perentorie come quella che tanto mi deliziò la prima volta: «Non amare Dickens è un peccato mortale». E non è vero? Questo libro, da cui si può trarre una poetica come quella bene delineata da Paolo Lagazzi nel suo saggio introduttivo, si apre all’insegna di una fenomenologia del dio Apollo e si chiude con un testo intitolato La morte degli amici, un ricordo lucidamente commosso di Calvino e di Manganelli. C’è un nesso possibile? Se il libro ha una sua autonomia architettonica deve esserci. Apollo, nell’analisi di Citati, è un dio di tenebre, di eccesso e di dismisura, che proprio per questo diventa poi il tutore supremo della luce e della moderazione nel mondo degli uomini. Apollo, agli albori della letteratura d’Occidente, nel primo canto dell’Iliade, è detto «simile alla notte» e mostrato mentre discende con un fragore di frecce sulle spalle verso il campo greco a portarvi epidemia e morte. Alla mercé della potenza divina, l’uomo non è che l’ombra di un sogno, come scrisse Pindaro, somma di due diverse inconsistenze. Dopo aver viaggiato tra Omero e Goethe, Alessandro Magno e Sant’Agostino, Manzoni e Tolstoj, Proust e Kafka, Gadda e Borges, dopo aver percorso dunque con affondi complici e intuizioni nuove la strada maestra della grande letteratura occidentale, Citati approda al suo tempo, ai suoi amici, a quanto di se stesso vedeva riflesso in essi. Sono due ritratti di una forza evocativa davvero grande.
Calvino l’ho frequentato nei suoi ultimi anni insieme a Citati stesso nella casa di Castiglione della Pescaia: ma queste pagine compiono il miracolo di farmelo vedere ragazzo a Sanremo, giovane intellettuale vestito da cubano a Torino, e mi fanno tremare di commozione e di rimpianto. Citati racconta, per entrambi gli amici, di averli sognati pochi giorni dopo la loro scomparsa. In quei due sogni il cerchio si chiude: se l’uomo è l’ombra di un sogno, la vita e la morte non sono più distanti l’una dall’altra che il sonno dalla veglia, che una freccia dall’altra nella faretra di Apollo. E la letteratura, la «terribile maga che trasforma ogni fragilità in forza, ogni forza in fragilità», è al suo fondo il più grande gesto mai fatto dall’umanità per dare un senso alla vita e alla morte nel loro essere inscindibili e in continua, inafferrabile metamorfosi.