Leggere in un fondo del «Caffè» i nuovi venti di globalizzazione

Forse il ’700 non è un secolo, ma molti secoli. C’è il ’700 che ha ancora in sé le estenuate propaggini del Medioevo, spazzato via per sempre solo con la Rivoluzione francese, e quello che vede il passaggio da un teatro europeo di conflitti, interessi, gusti e scambi a un teatro globale, insieme alla conquista dei mari e di nuove colonie, allo sviluppo di nuove tecniche di produzione e di nuove conoscenze scientifiche sperimentate persino nei salotti, alla grande crescita demografica, per cui la popolazione d’Europa passa da 114 milioni di abitanti nel 1700 a 180 nel 1800; e c’è il ’700 dei colpi di coda dell’assolutismo, che nulla può contro l’irrefrenabile laicizzazione della cultura, e quello dei philosophes che riflettono su tutto un nuovo modo di porsi nel mondo, mentre le comunicazioni stradali, epistolari, postali facilitano scambi, e il Grand Tour accentua il cosmopolitismo, e nascono i giornali e trionfa il romanzo.
È il tempo delle grandi puttane di Stato, come Madame de Pompadour, che incoraggia tutti i giovani talenti dell’epoca, protegge uno scomodo e non più giovane Voltaire, raggiunge a tavola Diderot e d’Alembert, e che, poco portata alle prestazioni per cui Luigi XV l’ha presa, si dimostra più saggia, più politica e informata di lui circa le necessità di governo e l’evoluzione del sapere. A metà del secolo, a Ginevra, un livoroso Rousseau elabora la teoria della «volontà generale», secondo cui quelli che, per irrazionalità, passioni ottenebranti o interessi di parte, non riescono a percepire la voce della natura e i desideri del loro autentico io, devono esser «liberati» e costretti, da qualcuno, a una volontà coincidente per tutti: un paradosso che sarebbe stato buon terreno per tutte le dittature del futuro.
Come sono tremende le ricostruzioni dei film, le storie illustrate del costume, le Venezie felliniane: ogni abito o maschera sono iperbolici, ogni acconciatura femminile sembra debba avere in cima una scena di caccia o un vascello in miniatura che solca le onde dei capelli finti. Dal patriziato agli artigiani, dalla piccola alla media e alta borghesia, i popoli che in circostanze diverse hanno attraversato le grandi fasi dell’evoluzione sociale, culturale, scientifica, economica di questo secolo, seguivano meno la moda. Aveva poco tempo da perdere, Vivaldi, il «prete rosso», che scriveva molto ed era capace di piantare lì la messa perché gli era venuta in mente un’idea musicale, e Bach a Weimar o a Lipsia era tutto casa e chiesa e lavoro, e a Milano Pietro Verri, con i sodali del Caffè, aveva il suo daffare sia a scrivere e praticamente inventare una lingua funzionale e comunicativa a tutta l’Italia, sia a battere i temi assunti dai modelli inglesi di Steele, Addison, Swift e Pope.
E piace pensare che proprio l’Inghilterra, da Defoe, merciaio, bancarottiere e, da vecchio, inventore del romanzo moderno, fino al dottor Johnson, estensore del primo dizionario di lingua inglese e conversatore insuperabile, e al suo allievo e biografo Samuel Boswell, sia portavoce della «normalità» in un secolo eccezionale.