La leggerezza ironica di una testa vuota

Gioca sul paradosso, sull’equivoco, sul grottesco. Non tanto per graffiare quanto per mordicchiare teneramente il buon senso del pubblico; per mostrargli vizzi e vezzi della società odierna mescolando insieme incanto infantile e matura disillusione. Ci piace definirla una parabola umana dolce e spiazzante quella che Marina Confalone confeziona, con eccezionale bravura e con spiccato gusto per la «leggerezza pesante» di calviniana memoria, in Capasciacqua, di scena alla Cometa fino a domenica. L’ascendenza partenopea della commedia (scritta dalla stessa Confalone, anche regista, insieme a Luciano Saltarelli) salta agli occhi con prepotenza già nel titolo: la «testa vuota» in questione è quella della protagonista, Palmira Portarapillo, aspirante attrice senza alcuna prospettiva, stupida e svampita, che si è messa in testa (appunto) di darsi alle scene perché così le «avrebbe» suggerito un prete di fiducia: «recita Palmira, recita!» Ovviamente il religioso intendeva dire «recita il rosario», ma Palmira ha cavalcato ingenuamente l’equivoco ed eccola qui sul palcoscenico nudo: abitino beige che le muore addosso, comodi mocassino tipo Melluso, cerchietto rétro tra i capelli. Eccola qui a sfidare, con i suoi «boh» e i suoi «bah», le idee megalomani di un nevrotico regista snob; a tessere strampalati dialoghi con un macchinista di scena extra-comunitario; a scambiare astruse opinioni con il vanaglorioso «critico» di turno (l’ottimo Pino Strabioli, impegnato a costruire una scorribanda di personaggi caricaturali tutti molto incisivi). E via via che il suo sguardo puerile e benevolo si posa sulle cose di quel mondo, quel mondo si scolora, si frantuma dietro una risata. Quasi che la testa vuota di Palmira servisse, per paradosso, a smascherare una realtà questa sì davvero meschina, superficiale, vacua, ottusa. Quasi che, in definitiva, lo splendido candore di questa figura «fuori contesto» (alla quale la Confalone regala un’espressività quanto mai lieve e ironica) riuscisse a sembrare molto più vero del contesto stesso. È dunque il meccanismo del contrasto (anzi, del vivo contrasto) quello che in profondità regola questa godibile pièce. Un contrasto da avanspettacolo sommesso, da confessione delicata, che porta dentro di sé la gioiosa irriverenza del nonsense clownistico, ma anche la lacerante parodia del teatro napoletano. Con quel tanto di devozione e superstizione che serve a confondere - e siamo all’imprevedibile epilogo - bene e male, sacro e profano.