«La leggerezza secondo Brahms e Poulenc»

Raffinatezza di gusto, fraseggio morbido e sensuale, suggestive atmosfere, vitalità contraddistinguono ogni apparizione di Georges Prêtre sul podio, segnandone sia le scelte di repertorio che l’interpretazione. Senonché proprio quelle qualità che tanti considerano pregi, a qualcuno sembrano piuttosto difetti, pur riconoscendo, gli uni e gli altri, al direttore francese una sua inconfondibile cifra interpretativa. C’è poi un’antica questione, della quale di volta in volta lo stesso Prêtre porge una versione aggiornata. Quella cioè relativa alla sua «francesità» di direttore, alla quale, talvolta, quasi risentito, oppone le sue medaglie al valore beethoveniano, brahmsiano, mahleriano; altre, invece, specie quando dirige un repertorio «francese» che comunque sembra essergli congeniale, come farà questi giorni a Roma, allora cambia musica e puntualizza: «Noi siamo interpreti. Sarebbe un bel pasticcio se a qualunque autore intendessimo imporre la nostra personalità, frutto della cultura di ciascuno. Ogni autore ha la sua personalità, ogni musica la propria cifra, sta a noi entrare nella atmosfera dell’opera».
Vero è anche che con Francis Poulenc, francesissimo a tutti gli effetti, e con la sua musica, Lei, maestro, ha un rapporto privilegiato.
«È vero. Ho conosciuto e frequentato Poulenc, ho diretto tanta sua musica, ho anche inciso tutta la sua produzione sinfonica, lui presente. Ricordo ancora che mi lasciava tutta la libertà possibile, anche quando le nostre vedute non coincidevano».
Che persona era Poulenc?
«Molto affabile e gentile. C’era un modo per capire il suo umore. Se aveva il cappello abbassato sulla fronte, era di buon umore e gli si poteva parlare; ma quando il cappello era tirato su, allora meglio girare alla larga. Poulenc era anche molto religioso, e ciò spiega la presenza di tanta musica liturgica nella sua produzione».
Nel concerto ceciliano, dirigerà due lavori di Poulenc: il «Concerto per due pianoforti», che ebbe il battesimo aVenezia nel ’32 - soliste le sorelle Labèque - e «Les animaux modèles», un balletto che trae ispirazione da alcune favole di La Fontaineambientate nel XIV secolo, il secolo «più francese che ci sia», come disse l’autore.
«È la prima volta che lavoro con le Labèque, che naturalmente conosco bene ed ammiro. E le posso dire che, per quanto meno note del Dialogo delle carmelitane, o del Concerto campestre si tratta di due opere molto belle . Di queste si può dire, anzi si deve che si tratta di opere “francesi”».
Perché Poulenc è ancora un musicista poco eseguito?
«No, oggi la situazione sembra mutata: abbastanza eseguito in America, Inghilterra e in Italia; da poco, lo è anche in Francia, dove vige la regola che se sei francese ti snobbano».
Per i concerti romani ha voluto accostare a Poulenc , Brahms (Quartetto in sol minore op. 25 per pianoforte e archi, orchestrato da Schoenberg). L’accostamento risulta abbastanza curioso, se pensiamo che a Poulenc non andavano a genio né l’uno e né l’altro.
«A me non l’ha mai detto, se lo avesse fatto gli avrei detto che non ero per niente d’accordo con lui. In questa opera - che risale più o meno agli stessi anni delle opere di Poulenc - mi permetterò qualche licenza, modificherò alcune indicazioni “dinamiche” di Schoenberg, che era certamente un ottimo orchestratore, ma che non sapeva dove era di casa la leggerezza che io, invece, rivendico in Brahms».
Auditorium. Sala Santa Cecilia. Domani (ore 18), lunedì (ore 21), martedì (ore 19.30. Domenica (ore 12): Family Concert. Info: 06.8082058.